Decrescita di che cosa?

25 Mar

[Abbiamo chiesto ad alcuni economisti che cosa pensano della decrescita. E’ compatibile con l’uscita dalla crisi e con l’aumento dell’occupazione? Prossimamente risponderanno anche Marco Dardi, Mauro Gallegati e Pierluigi Porta]

risponde  Luigino Bruni, Università LUMSA

20decrescitaLa domanda vera attorno alla decrescita è: decrescita “di che cosa”? Esistono nell’attuale sistema economico capitalistico delle ‘cose’ che debbono senz’altro decrescere, ma ci sono ‘cose’ che debbono aumentare, perché distrutte, deteriorate o non prodotte in quantità sufficiente dall’attuale sistema. Le ‘cose’ da diminuire sono senz’altro il consumo di territorio, di risorse non rinnovabile, aria, acqua (tema cruciale nei prossimi tempi), e in generale i beni comuni (commons), il grande tema dell’oggi e del domani, al punto che possiamo parlare di “era dei beni comuni”. Su queste cose le battaglie civili del movimento della decrescita mi trovano d’accordo. Al tempo stesso, occorre far aumentare la produzione e la salvaguardia di beni ambientali, di beni relazionali, di capitali simbolici, sociali, civili, spirituali, che oggi si stanno deteriorando, perché il sistema attuale li consuma ma non li reintegra. A questo riguardo, è utile ricordare che dal ’700, con i fisiocratici, abbiamo capito che la ricchezza di una nazione si misura con i flussi (reddito) e non con gli stock. E’ da qui che nasce, quasi due secoli dopo, l’idea del Pil. Oggi c’è invece bisogno di tornare a misurare gli stock, perché l’eccessiva enfasi sulla massimizzazione dei flussi sta distruggendo i capitali (stock) che non riescono a produrre neanche i loro tipici flussi. Allora da questo punto di vista vanno rafforzati alcuni capitali, e ridotti alcuni flussi di merci che li stanno deteriorando.
Infine, non condivido l’enfasi ideologica, quasi religiosa, nei fautori della decrescita (felice), che porta a considerare qualsiasi forma di mercato o di impresa di per sé erosiva del Bene comune, e quindi a presentarsi di fatto come un movimento tardo statalista, senza una reale analisi di che cosa sia il mercato, e come funziona una società complessa (a volte nelle loro analisi si nota una forte ignoranza di teoria economica contemporanea). C’è mercato e mercato, impresa e impresa. Un neo-bullonismo oggi non aiuta né chi ama il Bene comune, né chi con sano realismo cerca di far evolvere questo sistema in altro. Il movimento cooperativo, ad esempio, è un tipico esempio di mercato non capitalistico. A questo tema è legato il lavoro: occorre immaginare nuovo lavoro, proprio a partire dai beni che devono crescere, in modo da farne decrescere altri.

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7 Risposte to “Decrescita di che cosa?”

  1. Antonio 25 marzo 2013 a 14:41 #

    Mi perdoni, ma quali sono i documenti che ha letto prima di scrivere questo articolo?
    Chi, dei partigiani della decrescita, può aver mai scritto qualcosa in linea con la sua frase “che porta a considerare qualsiasi forma di mercato o di impresa di per sé erosiva del Bene comune”?

    Mi sia poi concesso segnalare che a mio modesto parere c’è molta confusione, in questo sito, sulla decrescita. Emblematica la frase della vostra presentazione dove scrivete ““Sviluppo felice” è una visione alternativa alla “decrescita felice”. Per i sostenitori della decrescita, il rimedio alla crisi è in sostanza la limitazione dei consumi. Bisogna invece individuare i consumi produttivi, che fanno crescere la ricchezza e che non distruggono l’ambiente.”

    Nulla di più falso per decrivere la decrescita.

    • Redazione 25 marzo 2013 a 17:41 #

      Per quanto ci riguarda abbiamo già risposto a simili contestazioni (risposta al commento di Giordano Mancini alla Presentazione del blog), e non intendiamo ripeterci. Invitiamo chi commenta a firmarsi con nome e cognome. La Redazione

    • adepadova 27 marzo 2013 a 12:32 #

      E’ vero Antonio,

      anche su questo sito c’è un po’ di confusione sul concetto di Decrescita Felice, ma almeno c’è dibattito.

  2. luigino bruni 25 marzo 2013 a 16:22 #

    Caro Antonio, in effetti è scappato un aggettivo “normali” (dopo di mercato e di impresa), poiché seguendo e leggendo Pallante e seguaci, le sole imprese e i soli mercati “buoni” sono o quelli informali, o quelli legati alle abitazioni a impatto zero, energie rinnovabili, etc. L’impressione – ma posso sbagliarmi – è che manchi una idea su come creare lavoro una volta che eliminiamo, decrescendo, tutte le altre forme di imprese “normali” (che non significa solo capitalistiche), ma che costruiscono navi, treni, forse aerei, trattori, computer, e soprattutto manufatti, molti dei quali definiti da Pallante “inutili” (ho sempre paura di chi debba definire un bene “utile” o “inutile”). Comunque scusi se ho tralasciato quell’aggettivo. Luigino b.

    • Luca Salvi 25 marzo 2013 a 21:43 #

      Non c’è da aver paura, a questa obiezione Pallante ha già risposto molte volte: ciò che definisce se un bene è “utile” o “inutile” è il puro buon senso. Poi, certamente, è legittimo avere opinioni diverse e ci mancherebbe altro.

    • adepadova 27 marzo 2013 a 12:28 #

      Gentilissimo Prof. Bruni, non si sbaglia. Chi, come me, crede nella decrescita felice, è convinto che non occorra necessariamente creare nuova occupazione (cioè lavoro retribuito) ma suddividerci quella che è veramente necessaria (anche redistribuendo più equamente il reddito che questa occupazione genera). “Lavorare meno, guadagnare meno, essere più RICCHI” è uno slogan che chiarisce bene l’idea. Se si dedica meno tempo al lavoro retribuito si creano le condizioni per aver meno bisogno di reddito e per lasciare “posto” a chi il lavoro non ne ha. L’aumento impressionante della produttività del lavoro degli ultimi 200 anni ha consentito di aumentare la produzione per tanto tempo (ed infatti tutti abbiamo la lavatrice e la macchina, e molti anche la casa al mare) con enormi benefici. Ma oltre certi limiti ciò diventa utile solo a tenere in piedi la crescita. Se la produttività cresce e vogliamo tenere gli stessi livelli occupazionali (intesi come ore complessivamente lavorate) non c’è che da perseguire una crescita pari all’aumento di produttività. Ciò non è più possibile in occidente (dove la produttività continua ad aumentare ben al di sopra della produzione/crescita del PIL) ma presto avverrà anche in Cina dove la crescita stà rallentando ma la produttività no! Tutto ciò può essere culturalmente rivisto solo se si comprende che la RICCHEZZA non ha nulla a che vedere con il REDDITO ma con il piacere di dedicare tempo ad attività che non generano reddito ma FELICITA’. Immagino che non Le sia stato facile seguirmi in queste rapide riflessioni. Se ne ha interesse potremmo parlarne con più calma.

  3. Luca Salvi 25 marzo 2013 a 21:40 #

    Il Movimento per la Decrescita Felice (MDF) non ha mai “considerato qualsiasi forma di mercato o di impresa di per sé erosiva del Bene comune”. Non siamo “un movimento tardo statalista” e ci sforziamo molto più di molti economisti di capire “che cosa sia il mercato, e come funziona una società complessa”. Se nelle nostre analisi “si nota una forte ignoranza di teoria economica contemporanea”, nell’analisi della stragrande maggioranza degli economisti si nota una forte ignoranza della questione ecologica e dei limiti della crescita e una grande mancanza di senso della misura. D’altronde, già Kenneth Boulding circa 40 anni fa affermava che ” che crede che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un economista”!
    Anche noi del MDF sappiammo bene che “C’è mercato e mercato, impresa e impresa”. Non capisco cosa vuoi dire con il termine neo-bullonismo e che cosa c’entri questo con il MDF, che ha a a cuore il Bene Comune tanto quanto l’economia civle, l’economia di comunione e il movimento cooperativo. Quanto all’ “immaginare nuovo lavoro, proprio a partire dai beni che devono crescere, in modo da farne decrescere altri”, crediamo che le nostre proposte siano più serie, concrete e realistiche di quelle proposte dai politici e da tanti economisti:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/uscire-dalla-crisi-serve-cambio-priorita/240428/
    Il MDF è aperto al confronto e anche alle critiche, ma che siano fondate e motivate, non accettiamo di essere criticati per cose che non abbiamo mai detto nè scritto nè pensato.

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