Quali sono i consumi inutili

4 Mar

di Cosimo Perrotta

In un articolo precedente,[1] abbiamo visto che molti autori confondono l’aumento dei consumi con l’aumento dei consumi inutili, e quindi condannano proprio il frutto migliore del capitalismo: l’aumento della ricchezza e dei consumi, che ha prodotto l’incivilimento.

La ricchezza di una società è misurata dalla capacità di soddisfare i nostri bisogni. Quanto più numerosi e raffinati sono i suoi consumi tanto più una società è ricca. Ma non tutti i consumi contribuiscono ugualmente alla soddisfazione dei nostri bisogni. Alcuni vi contribuiscono molto, ad es. quelli necessari alla sopravvivenza e al comfort; o quelli che potenziano le nostre capacità, come l’uso di mezzi di produzione o di fonti di energia, oppure l’istruzione, la sanità, la ricerca. Altri invece, come i consumi di lusso, non accrescono la ricchezza sociale. I primi dunque sono molto utili; gli altri poco o per niente.[2]

Esistono quindi dei consumi inutili? Per la teoria economica dominante (quella neo-classica), no: ogni bene viene acquistato solo in quanto dà un’utilità. Ma questa tesi è doppiamente sbagliata. Innanzitutto perché un consumo utile per l’individuo può essere inutile o dannoso per la società. Secondo Pareto l’utilità misurabile è solo individuale, e prescinde dai giudizi di valore. Un’arma può avere per un individuo la stessa utilità che per un altro ha un libro o il pane, e l’economista non deve preferire una scelta all’altra (negli Stati Uniti di oggi Pareto trionfa).

Tuttavia, prima della teoria neo-classica, gli economisti hanno parlato per tre secoli di consumi che erano più o meno utili per aumentare la produttività e quindi la ricchezza sociale. Ad es. era utile il consumo dell’operaio che aveva i comfort minimi in casa; quello del professionista che studiava o accresceva la propria cultura; o dell’imprenditore che viaggiava per conoscere nuovi mercati o nuove tecniche di produzione. Invece era inutile il consumo dei ricchi oziosi in abiti sontuosi, cacce, balli e giardini. Infatti questo consumo non aumenta la capacità produttiva della società, come spiegano tutti gli illuministi. Anzi esso sottrae ricchezza all’accumulazione.[3]

Ma la tesi neo-classica è sbagliata anche per un altro motivo. La stessa utilità individuale ha un valore comparativo, non assoluto. Sempre più spesso il mercato non permette al consumatore di esprimere la sua vera preferenza, per dei consumi che sarebbe disposto a pagare (ad es. verde pubblico, treni efficienti, aria pulita, un territorio sicuro e non cementificato) e lo costringe a spendere quel denaro in consumi ripetitivi poco utili (televisore o abbigliamento alla moda, la nuova marca di biscotti, l’automobile con optional inutili). In questi casi – sempre più frequenti – l’utilità del bene che si acquista va misurata con quella del bene a cui si è costretti a rinunziare. Il risultato è che l’acquisto ha un’utilità negativa rispetto a quella potenziale.

Il consumismo è precisamente questo. L’acquisto indotto di beni sempre meno utili, in luogo di beni molto utili, dei quali c’è bisogno, ma che il mercato non offre. I consumi di lusso sono appunto quelli di scarsa o nessuna utilità sociale. Oggi ai consumi di lusso tradizionali (quelli dei ceti ricchi) si aggiungono i lussi di massa, cioè i consumi ripetitivi dettati dalla moda o dalla pubblicità, o imposti attraverso l’uso di materiali più deteriorabili (a parità di costo). Questo estendersi a dismisura dei consumi di lusso ha provocato la distorsione dell’economia.

I beni ripetitivi ci insegnano che non sempre la scelta del consumatore è libera (la “sovranità del consumatore”, sempre di Pareto, è un altro mito della teoria economica), e che il consumismo quasi sempre è imposto dalla produzione.

Quando parlavo di queste cose in giro per il mondo, c’era sempre qualche collega che mi chiedeva preoccupato: chi stabilisce quali consumi sono utili e quali no? Questa domanda, pur giusta, evocava foschi scenari di economia collettivista, dove il potere dittatoriale stabiliva l’utilità o meno dei consumi. In realtà è solo il mercato che può selezionare i consumi più utili. Ma per farlo deve dare possibilità di scelte effettive, offrendo anche beni collettivi (questi si pagano in altro modo, attraverso tariffe, tasse di scopo o titoli ad hoc).

Ciò significa che l’intervento pubblico è essenziale perché il mercato sia veramente libero; al contrario di quanto pensano i neo-classici, che ripetono la giaculatoria del “più mercato, meno stato” e scambiano il mercato selvaggio, che offre poche scelte, per un mercato libero.

 


[2] Vedi ad es. Roger Mason, The Economics of Conspicuous Consumption. Theory and Thought since 1700, Elgar, 1998.

[3] Richard Cantillon, Essai sur la nature du commerce en général (1730), trad. ital. : Einaudi, reprint 1974. Pietro Verri, Considerazioni sul lusso, 1765 circa, in Custodi (cura) Scrittori classici italiani di economia pol., p.te Moderna, vol 17, pp. 339-40.

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5 Risposte to “Quali sono i consumi inutili”

  1. Gabriele Pastrello 4 marzo 2013 a 17:55 #

    BRAVO COSIMO. GABRIELE

  2. Paolo Pettenati 5 marzo 2013 a 18:28 #

    Caro Cosimo, mi sembra che un criterio fondamentale per valutare il grado di “inutilità” (o meglio di “dannosità”) dei beni sia quello di considerare, da un lato, la quantità di risorse naturali non rinnovabili necessaria per la loro produzione e, dall’altro, i danni ambientali provocati dal loro consumo. In base a tali criteri la politica economica dovrebbe cercare di influire sulle scelte produttive e di consumo con opportuni interventi fiscali, monetari e legislativi. Ad esempio, il trasporto ferroviario dovrebbe essere incentivato rispetto a quello su gomma, mentre oggi in Italia avviene il contrario. Un altro importante intervento dovrebbe riguardare la distribuzione del reddito sia su scala mondiale sia all’interno dei singoli stati: una cattiva distribuzione tende a favorire l’uso delle risorse scarse per consumi di “lusso” a scapito del loro uso per soddisfare i bisogni primari. Infine, la ricerca e l’innovazione dovrebbero essere fortemente incentivate per superare il problema malthusiano della “scarsità” relativa di risorse. L’impiego della tecnologia dovrebbe tuttavia essere precluso ad usi militari. Tutto questo però può essere fatto soltanto in parte a livello nazionale. Servirebbe una politica mondiale e un’Europa politica (vedi gli interventi di Paolo Pini) potrebbe fortemente influire in tale direzione.

  3. cosimoperrotta 6 marzo 2013 a 17:55 #

    Sì, sono pienamente d’accordo. Le proposte di Paolo Pettenati arricchiscono l’analisi. Oltre ad un mercato che offra una scelta di beni più vasta e più libera, è importante adottare il criterio del consumo di risorse non rinnovabili (soprattutto se si riferisce a beni ripetitivi). E’ vero inoltre che l’eccessiva disuguaglianza nella distribuzione dei redditi deforma il mercato e accresce la domanda di beni inutili.

  4. Aldo Randazzo 8 marzo 2013 a 20:22 #

    Chi ha avuto modo di interessarsi alla teoria delle organizzazioni si è imbattuto con il pensiero di Abraham Maslow e la sua “Piramide dei bisogni”. In sintesi, secondo tale concezione, i bisogni dell’uomo crescono secondo una scala che va da quelli primari (fisiologici) a quelli più evoluti (stima, autorealizzazione, ecc). Soddisfatti i bisogni primari avanzano quelli superiori. Non entrando nel merito dei fattori ambientali, la teoria fa leva sulla capacità di autodeterminazione umana nello sviluppo motivazionale e ciò ne costituisce un fattore di debolezza.

    In relazione ai consumi, tuttavia, la “Piramide dei bisogni” ci offre una chiave di lettura: nonostante la crisi o forse grazie ad essa, attraverso la pubblicità e altre forme di comunicazione, il sistema economico mantiene la società in una condizione di infantilismo motivazionale nella scala dei bisogni. Il modello dominante di accumulazione della ricchezza è reso possibile solo se in larga parte della popolazione si mantiene bassa la domanda verso beni culturali e collettivi, quelli che assicurano la crescita civile e la coesione sociale.

    Affinché alla domanda “chi stabilisce quali consumi sono utili e quali no?” si possa rispondere liberamente è necessario che il mercato non sia determinato solo da dinamiche economiche, acritiche rispetto alla qualità dell’offerta e della domanda, ma sia politicamente orientato. Perché vi sia un’offerta è necessario che nasca una domanda e che essa si imponga quale libera scelta democratica e non indotta da raffinate forme di comunicazione.

    Ciò vale non solo per i beni individuali di lusso o voluttuari ma anche per certe opere pubbliche che, non si comprende perché, divengono improvvisamente necessarie e imprescindibili per lo sviluppo economico (leggasi TAV o ponte sullo stretto) o per gli equilibri militari (leggasi F35). Quando si perde di vista il futuro prossimo e il benessere delle prossime generazioni le priorità, anche quelle economiche, divengono confuse e nella lotta politica gli interessi precostituiti prevalgono.

  5. Cosimo Perrotta 9 marzo 2013 a 18:10 #

    Aldo Randazzo solleva molti problemi. Il procedere dai consumi elementari a quelli superiori è sempre stato noto agli economisti, ed è stato consacrato nella legge di Engel (1857) e poi nel suo utilizzo da parte di Kindleberger (1990). Non mi pare che ci sia una volontà, comunque definita, di mantenere i consumi sociali in uno stato infantile. C’è piuttosto l’incapacità di passare a consumi più alti, dovuta al fatto che il mercato, lasciato a se stesso, crea strozzature e tende a mortificare la libera scelta e la libera concorrenza. E’ quindi necessario l’intervento pubblico per garantire che la domanda potenziale di nuovi beni possa diventare domanda effettiva, suscitando un’offerta effettiva. Però l’espressione “mercato politicamente orientato” può creare equivoci. Diciamo che questo processo ha a che fare con la democrazia. Innanzitutto come capacità dei consumatori di esprimere – come domanda effettiva – i loro nuovi bisogni. Inoltre come lotta perché il potere rappresenti effettivamente l’interesse generale, come dovrebbe, e non l’interesse di lobby legate alle forme tradizionali di produzione e di consumo.

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