Gli immigrati nel mercato del lavoro italiano: concorrenza o complementarità

21 Feb

di Sebastiano Cardinale

sciopero-degli-immigratiIn Italia la disoccupazione non diminuisce, ma nonostante ciò il flusso di immigrati non si arresta. Lo dicono gli studi di settore, come quelli del CRELI (Centro di ricerca per i problemi del lavoro e dell’impresa). I dati più recenti registrano infatti un aumento della presenza di immigrati nel mercato del lavoro. Essa è passata negli ultimi quindici anni da una percentuale pressoché irrilevante a valori prossimi al 10% della forza lavoro[1].

Tuttavia quel 10% è una media tra l’incidenza sull’occupazione nel Centro-Nord, dove è di poco inferiore al 12%, e un’incidenza nel Mezzogiorno, che è attorno al 5[2]. Questa differenza di percentuale testimonia la disomogeneità del mercato del lavoro nazionale e quindi la diversità degli effetti prodotti dalla presenza straniera al suo interno.

Questi dati mostrano come il nostro territorio mantenga una situazione di dualismo anche riguardo agli immigrati, in un periodo segnato dal crollo del mercato del lavoro. Nelle due macro aree del paese sembrano emergere due differenti realtà: gli effetti di “concorrenza” e di “complementarità” tra il lavoro immigrato e quello autoctono.

Paradossalmente è proprio al Sud – dove la percentuale d’immigrazione è più bassa, ma allo stesso tempo la disoccupazione è più alta – che emerge il carattere della “concorrenza”. Nel Sud infatti il tasso di disoccupazione è del 13,6%, contro il 6,3 del Centro-Nord[3].

Il sistema economico meridionale, per via di numerose carenze strutturali, quali la bassa dotazione di capitale fisico, la dimensione ridotta delle sue imprese rispetto a quelle settentrionali, gli scarsi incentivi nell’innovazione, soffre di carenza nell’utilizzazione di figure professionali di alto profilo. Ciò porta necessariamente ad un ripiegamento della forza lavoro su mansioni che richiedono minore qualificazione, ma che – per la loro maggiore accessibilità – sono quelle dove la concorrenza con la forza lavoro straniera diventa maggiore. Di fatti, guardando all’intero dato territoriale, gli immigrati impiegati e inquadrati come operai nel Sud sono il 90 per cento. [i] Particolarmente significativo è il dato del 2010 riguardante il settore edile italiano, dove un operaio su 4 è di origine extracomunitaria[4].  In quest’ottica la presenza della forza lavoro straniera produce uno shock di offerta, cui consegue una riduzione del salario di equilibrio e una sostituzione parziale dei lavoratori autoctoni. Secondo il modello della wage competition, infatti, in presenza di un eccesso di forza lavoro rispetto alla domanda, i lavoratori sono disposti ad accettare riduzioni di salario[5]. E ciò è nel concreto dimostrato dalle rilevazioni Istat sulla forza lavoro, dove è possibile osservare come il differenziale salariale tra gli stranieri e gli autoctoni, in Italia, è del 23%[6].

La situazione nel Nord invece è di complementarità, anche se siamo in presenza di una maggiore immigrazione. Qui, infatti, il mercato del lavoro è maggiormente segmentato ed esso riesce ad assorbire e allocare efficientemente gli agenti nei diversi settori della produzione, dando una risposta alla richiesta di lavoro qualificato da parte della popolazione autoctona. Il territorio, grazie alle sue maggiori dotazioni d’infrastrutture e a un terziario più sviluppato, riesce a dare una maggiore occupazione in tutti i settori dell’economia, non risentendo così della concorrenza degli immigrati, che ricoprono i segmenti meno qualificati.

Per concludere, solo in presenza di politiche di intervento che favoriscano un mercato del lavoro maggiormente segmentato e ad alta specializzazione anche nel Mezzogiorno si potrebbe evitare la sottoccupazione dei lavoratori autoctoni e la conseguente concorrenzialità con la forza lavoro immigrata.     


[1] CRELI (Centro di ricerca per i problemi del lavoro e dell’Impresa), Università Cattolica del Sacro Cuore, CNEL-Ministero del Lavoro, Roma, 19 novembre 2012, p. 1.

[2] Ivi, p. 19.

[3] Svimez, Sintesi Rapporto Svimez 2012 sull’economia del Mezzogiorno, Roma, 26 settembre 2012, p. 18.

[4] CRELI, op. cit., p. 30.

[5] Andrea Cammelli e Giorgio Vittadini, Capitale Umano: Esiti dell’istruzione universitaria, Bologna, il Mulino, 2008, p. 19.

[6] CRELI, op. cit., p.5.

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