La crescita di Monti e quella del PD

19 Feb

di Cosimo Perrotta

Pier Luigi Bersani con Mario Monti e Nichi Vendola (blizquotidiano.it)

Pier Luigi Bersani con Mario Monti e Nichi Vendola (blizquotidiano.it)

In questa campagna elettorale si confrontano due – e solo due – progetti per uscire dalla crisi economica che attanaglia il paese. Uno è quello di Monti (non direi che è anche di Casini), l’altro è del PD. Monti in sostanza ragiona così: l’economia italiana è bloccata dalla bassa produttività, che – a differenza degli altri paesi europei – non aumenta da più di dieci anni. Questo blocco è dovuto al prevalere delle rendite e delle corporazioni, che difendono una selva di privilegi piccoli e grandi, e impediscono che si sviluppi la concorrenza di mercato. La soluzione sta nel combattere le rendite di posizione e riattivare la concorrenza. Questo rialzerà i profitti e allargherà l’occupazione.

Questo modo di pensare non è sbagliato; ma è parziale, in due sensi. Innanzitutto perché le rendite e la bassa produttività sono solo una causa, quella italiana, della crisi. Accanto a questa, ci sono le cause che hanno generato la crisi in tutto l’Occidente: la saturazione dei mercati di beni tradizionali; l’enorme disoccupazione tecnologica generata dalla rivoluzione informatica; la speculazione finanziaria; infine la delocalizzazione dell’industria in paesi con salari più bassi e controlli minori. Nell’altro senso, la tesi di Monti è parziale perché vede le rendite corporative solo nel sindacato (anzi, nella CGIL; gli altri sindacati, essendo suoi alleati, si sono – non si sa come – mondati del corporativismo) , nell’ “eccesso” di welfare, e in categorie come giornalai, barbieri e bottegai. Sono sparite dal suo orizzonte le rendite, ben più pesanti, degli ordini professionali, delle banche, della politica, delle telecomunicazioni. Mentre, non ci sono mai state quelle dell’automobile, del gas, del petrolio; degli oligopoli della distribuzione; della speculazione edilizia e di quella finanziaria. Monti insomma si arma fino ai denti per sparare ai passeri e ignora gli elefanti.

Ma il limite più grave di questa strategia è un altro. Monti crede che basti tagliare le spese e far quadrare i conti per riavviare la produzione. Ma così ci ha gettato nella recessione. Invece di combattere le rendite, come si proponeva, ha combattuto il potere d’acquisto dei ceti popolari e medi, abbassando ancor di più la domanda, che già era scarsa. Come si fa a rilanciare la produzione se non c’è chi acquisti i prodotti? E come si fa a rilanciarla se continuiamo a concentrarci su beni la cui domanda è satura, come automobili, abbigliamento, elettrodomestici, alimentari, ecc.?

Per questo il progetto del PD parte dalla disoccupazione. Bisogna cominciare a riassorbirla in due modi: ricostituendo il potere d’acquisto dei ceti medio-bassi (ad es. con i salari di disoccupazione, finanziati dalla lotta all’evasione); e incoraggiando nuovi settori di produzione, che il capitale privato non ha la forza di promuovere, e che producano beni per i quali c’è una domanda. Ad es. fonti di energia pulita, la raccolta e il riciclo dei rifiuti, i servizi alla persona, l’alfabetizzazione informatica, la socializzazione delle categorie emarginate, il restauro dei beni archeologici, ecc.

Non è vero che queste produzioni si possano fare solo indebitando ulteriormente lo stato. Per alcune basterebbe una normativa più moderna (ad es. l’obbligo di impiantare pannelli fotovoltaici nelle costruzioni nuove o restaurate). Altre si possono finanziare con tasse di scopo, che la gente è più disposta a pagare (si pensi alle fognature, laddove mancano). In alcuni casi basta far pagare adeguatamente il consumo. Infine, in alcuni casi si possono promuovere società specifiche, che vendano titoli garantiti dallo stato su progetti di sviluppo (ad es. il restauro dei beni archeologici, finanziato dall’aumento dei turisti).

Ma per fare progetti di questo genere non si possono “silenziare” le forze sociali (pretesa arrogante e velleitaria). Bisogna coinvolgerle. 

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La crescita di Monti e quella del PD Cperrotta

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3 Risposte to “La crescita di Monti e quella del PD”

  1. Pino Andriolo 19 febbraio 2013 a 14:52 #

    Operare sul versante della domanda implica nel nostro contesto nazionale operare, come tu scrivi, per sviluppare nuovi prodotti e servizi per i quali “c’è domanda” attraverso la “mano pubblica”. Il nodo allora non è solo di strategia economica, ma di modernizzazione ed innivazione istituzionale e amministrativa. Non si può pensare di avviare programmi strategici con “questo modello di Stato”. Il Ministro Barca sottolinea le nuove forme dell’azione pubblica. Ma è solo. Anche il PD è muto su questi temi. I temi dell’energia, dei rifiuti, ecc. sono quotidianamenti messi a confronto con modelli di gestione in cui elite politiche ed amministrative e burocrazie “miste” pubblico private danno prova di pessima qualità strategica e gestionale. Ciò che non mi convince del discorso degli economisti sulla crisi è l’assenza pressocchè totale dell’intreccio tra crisi economica e superamento di nodi storici di arretratezza del Paese.

  2. Aldo Randazzo 21 febbraio 2013 a 19:50 #

    Le difficoltà politiche del nostro Paese sono connesse ad uno sviluppo che non ha conosciuto né i modelli economici anglosassoni della destra liberale né quelli delle socialdemocrazie europee. Da ciò derivano, per un verso, le forti rendite di posizione delle corporazioni; per l’altro, una concezione dello stato sociale costruita, nella migliore delle ipotesi, con finalità caritatevoli, nella peggiore, con finalità clientelari. In ogni caso uno stato sociale inefficiente e inefficace nel soddisfacimento dei bisogni reali.

    Se ciò è vero un Governo di sinistra dovrà lavorare paradossalmente su entrambi i fronti: proseguire su un serio processo di liberalizzazione (lavoro peraltro già iniziato da Bersani quando è stato Ministro) anche per quelle categorie appena lambite da Monti (Banche, Assicurazioni, Professioni, ecc.); ridefinire lo stato sociale.

    Riguardo il primo obiettivo le difficoltà sono squisitamente politiche: sarà difficile, per chi ha lucrato per generazioni, rinunciare a quelle rendite che hanno consentito la costituzione di ingenti patrimoni familiari. Per il secondo obiettivo le difficoltà sono molteplici. a) Di tipo politico. Anche in questo caso sarà necessario rimuovere rendite di posizione (dei politici, della dirigenza pubblica, di alcune aree dei sindacati dei lavoratori, ecc.); b) Di tipo comportamentale. Sviluppare lo spirito di servizio verso i cittadini a tutti i livelli di gestione; c) Di tipo organizzativo. Ridefinire nelle attività di servizio al cittadino ruoli, autorità, responsabilità, procedure di lavoro (“chi fa”, “che cosa”) in tutti gli ambiti di gestione. Regolare nella ottica dell’efficienza e dell’efficacia il rapporto pubblico-privato dei servizi al cittadino. Proseguire nello sviluppo e applicazione di sistemi informativi per il miglioramento gestionale e i servizi alla utenza. d) Di tipo professionale. Vanno parallelamente sviluppate a tutti i livelli le professionalità oggi carenti o mancanti in accordo con le politiche perseguite.

    Tutto ciò riguarda tanto le attività delle stato sociale quanto la più complessiva macchina dello Stato a cui fa riferimento Pino Andriolo. A tale proposito mi trovo perfettamente d’accordo con lui: attraverso l’ammodernamento della pubblica amministrazione passa la realizzazione di ogni politica economica (per l’industria, l’energia, l’ambiente, i trasporti, ecc.) e la trasformazione per il miglioramento di efficienza ed efficacia dello stato sociale.

    • Cosimo Perrotta 22 febbraio 2013 a 16:25 #

      Sono perfettamente d’accordo su quanto scrivono Pino Andriolo e Aldo Randazzo. Il nodo centrale, che anche i politici più accorti hanno difficoltà ad affrontare, è quello dell’efficienza della Pubblica Amministrazione. Deriva da una lunga storia, ma bisognerà pur cominciare a risolverlo. C.P.

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