Ambiente. Una nota sull’agenda Monti

31 Gen

di  Massimiliano Mazzanti

Climate_ChangeA proposito dell’agenda Monti, vorrei soffermarmi sul tema ‘ambiente’ (pp. 11 e 12 dell’agenda). L’agenda pare non centrare i punti cruciali dell’ampio tema economico-ambientale. Occorre una  visione più ampia, più orientata alle esperienze europee e al futuro. Non citare il cambiamento climatico è una grave mancanza, che impedisce di ragionare compiutamente del ruolo dell’Italia nei mercati internazionali. Il climate change è un tema cruciale, che deve essere posto al centro delle azioni delle parti sociali e dello Stato. Lo è nella maggior parte dei grandi paesi europei, Germania e Regno Unito in primis.

 Troppo generico il riferimento alle politiche verso l’economia verde, con nessun riferimento, sul lato delle emissioni inquinanti e dei gas serra, alle politiche europee, le quali prevedono tagli alla CO2  emessa tra il 20 e 50%, entro il 2030-50. Nessun riferimento alle necessarie ‘decarbonizzazioni’ dell’economia italiana, attraverso innovazione nell’industria e ripensamento del peso relativo del trasporto privato/pubblico. La conseguenza è una eccessiva enfasi sul tema ‘energia’, certo correlato, ma ciò che serve è una strategia finalmente integrata alle politiche europee.

Su questi piani europei il riferimento è vago. L’Italia, come grande paese e con un’industria ancora forte in certi comparti, non può rimanere indietro. Le sue performance ambientali non eccelse  peraltro riflettono quelle economiche di bassa produttività, e su queste correlazioni occorre ragionare.  Le performance dell’export tedesco sono da anni legate a robuste performance sull’innovazione tecnologica a basso impatto ambientale, anche favorita dal contesto di politica economica e industriale.

Sul tema rifiuti, non basta porsi l’obiettivo di ridurre il conferimento in discarica e incrementare il riciclo e recupero dei materiali. Questo andava già fatto. Occorre guardare avanti, anticipare per una volta (in questo settore potremmo farlo usando innovazione e competenze esistenti nel paese) e parlare ora di riduzione dei rifiuti generati. Obiettivo peraltro lanciato dalle Direttive europee per il futuro e già presente in alcuni paesi. 

Nel momento attuale, in cui si cerca di ridisegnare l’assetto di competitività e sostenibilità di lungo periodo dell’economia italiana, sembrerebbe più efficace ridurre il carico fiscale sul lavoro attraverso un incremento delle tasse ambientali. In primo luogo, questa azione è volta a mitigare i conflitti tra lavoro e ambiente. La gestione del gettito, spostato da ‘lavoro’ ad ‘ambiente’, vede le imprese ed i territori come luoghi principali di interesse e competenza.

In secondo luogo, la tassazione ambientale parte da livelli quasi pari a zero. Il gettito attuale, costante da un decennio, è nemmeno 1 miliardo di €, in gran parte legato alla tassa regionale sulle discariche. Gli spazi di incremento di vere e proprie tasse ambientali (su emissioni, CO2, sui materiali ambientalmente più costosi) sono ampi e possono consentire di sgravare di molto il fattore lavoro. Di quanto? Il Tesoro italiano ospitò nel dicembre 2011 un evento sulla tassazione ambientale, organizzato dalla European Environment Agency. Il documento della EEA – di Mikael Skou Andersen e Stefan Speck – stimava in 35 miliardi circa il gettito da nuove tasse ambientali e minori sussidi impropri (28 miliardi le sole tasse). Tasse sulle emissioni, sui materiali, canoni idrici, etc. Anche i due terzi o la metà di quel gettito potrebbe sostanzialmente abbattere il carico fiscale sul lavoro – e IRAP – per più di un punto di PIL.

Nella delega fiscale era invero riemersa l’ipotesi di carbon tax, legata alla futura nuova Direttiva sull’energia. Le regioni hanno margini ampi di competenza su materiali, risorse, rifiuti, acqua, emissioni locali. Suggeriamo di andare avanti esplorando i margini di intervento, con riforme fiscali verdi a vari livelli.

Detto questo, lo sgravio fiscale del lavoro è necessario, ma non va enfatizzato in termini di benefici attesi. Rimane un’azione che per lo più incrementa la domanda nel breve-medio periodo. Occorre ricordare che la competitività di un sistema economico dipende oggi in minima parte dai ‘costi’ (del lavoro, etc.) e in gran parte dalla qualità dei beni prodotti e dal loro valore, che dipendono dalla struttura produttiva e dall’innovazione. Una radicale trasformazione dei prezzi dei beni ambientali (tassando quelli più inquinanti, detassando quelli a minore impatto) è necessaria anche a questi fini. Non pare che la Svezia soffra della sua elevata Carbon tax, istituita nel 1991 ai tempi dell’agenda Delors, e modificata nel tempo per vari fini di uso del gettito.

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Ambiente. Una nota sull’agenda Monti MMazzanti

Per una versione più ampia di questo articolo, vedi Sbilanciamoci del 28 dicembre 2012.

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