È davvero necessario eliminare gli aiuti per lo sviluppo?

28 Gen

 di Claudia Sunna

Dambisa Moyo

Dambisa Moyo

Il tema dell’aiuto allo sviluppo ha ricevuto negli ultimi anni una crescente attenzione, alla ricerca di strade alternative. Il punto centrale del dibattito riguarda l’inefficacia delle grandi campagne di intervento per la lotta alla povertà lanciate negli ultimi anni (ad esempio i Millennium Development Goals delle Nazioni Unite). Ci sono visioni antitetiche sull’aiuto. Da un alto alcuni economisti, come Dambisa Moyo[1] e William Easterly[2], sostengono che i grandi piani di sviluppo sono destinati a fallire e che, per di più, continuano a provocare delle gravi distorsioni nelle economie dei paesi che intendono aiutare. Dall’altro lato c’è chi, come Paul Collier, pensa che sia necessario un nuovo sforzo coordinato per favorire lo sviluppo dei paesi più poveri, sul modello del Piano Marshall del secondo dopoguerra[3].Moyo è un’economista di origine africana. La sua tesi centrale è che la causa del mancato sviluppo della maggior parte dei paesi africani è proprio il flusso ininterrotto di aiuti umanitari e per lo sviluppo che hanno inondato quelle economie a partire dal secondo dopoguerra.

Per l’autrice gli aiuti favoriscono la corruzione e questa, a sua volta, impedisce che si realizzino processi virtuosi di crescita. Il basso livello di crescita provoca un innalzamento dei livelli di povertà che, in una spirale verso il basso, giustifica nuovi aiuti da parte dei paesi donatori. Questo “circolo vizioso degli aiuti” è il meccanismo che impedisce qualsiasi processo di crescita endogena e favorisce il sottosviluppo.

Gli aiuti inoltre non favoriscono la formazione del capitale sociale, perché “ostacolano i meccanismi della responsabilizzazione, incoraggiando comportamenti disonesti, non sfruttando il talento dei funzionari ed eliminando le pressioni per correggere politiche e istituzioni inefficienti” (p. 103). I capitali forniti dagli aiuti fomentano i conflitti per l’accaparramento delle risorse interne ed internazionali e provocano effetti distorsivi nell’economia. Infatti gli aiuti riducono il risparmio e gli investimenti interni, causando una sorta di effetto spiazzamento. Inoltre i flussi improvvisi di denaro dall’estero possono provocare violente spinte inflazionistiche e mettere in difficoltà il settore produttivo locale. La proposta politica che deriva da questa premessa è che per favorire processi di sviluppo endogeni è necessario interrompere tutte le forme di aiuto allo sviluppo.

Occorre precisare che l’autrice considera nocive tutte le forme di aiuto possibile, assimilando interventi eterogenei, come i prestiti a tassi agevolati, le sovvenzioni a fondo perduto ed anche gli interventi umanitari e di emergenza.

Questa impostazione sembra debole per due motivi. L’autrice spesso sottolinea che in questo fallimento è stato fondamentale, storicamente, il ruolo svolto dai paesi donatori. Infatti “i paesi esteri appoggiano governi corrotti, fornendo loro denaro da usare liberamente” (p. 91). Dunque non sono gli aiuti di per sé ad essere nocivi quanto il fatto che questi siano stati condizionati da scelte politiche, in una strategia di guerra fredda, e più di recente da interessi relativi all’approvvigionamento delle materie prime.

Il secondo aspetto, citato solo marginalmente nel saggio, riguarda la cosiddetta condizionalità degli aiuti. Buona parte degli aiuti, soprattutto quelli concessi dalle istituzioni multilaterali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) sono stati erogati a patto che i paesi contraenti applicassero politiche macroeconomiche di stabilizzazione. Queste erano uguali per tutti i paesi, ed erano sostanzialmente: il pareggio di bilancio, conseguito anche con costi sociali molto elevati; la privatizzazione delle imprese pubbliche; e i surplus della bilancia commerciale, conseguiti in gran parte con l’esportazione di materie prime. Se questo modello di intervento di impronta liberista non ha conseguito risultati apprezzabili in termini di crescita economica e di diminuzione della povertà, ciò non sembra imputabile esclusivamente alla disponibilità dei capitali internazionali. Le politiche liberiste di intervento non hanno funzionato, ma questo non significa che tutte le politiche siano destinate al fallimento.

È sicuramente necessario rivedere le modalità di intervento, e più in generale la pratica dell’aiuto per lo sviluppo, ma l’annullamento di ogni forma di intervento non sembra essere una strada percorribile.


[1] Dambisa Moyo La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo, Milano, Rizzoli, 2010, trad. it. Dead Aid. Why Aid Is Not Working and How There Is a better Way for Africa.

[2] William Easterly I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene, Milano, Bruno Mondadori, 2007.

[3] Paul Collier, L’ultimo miliardo. Perché i paesi più poveri diventano sempre più poveri e cosa si può fare per aiutarli, Bari, Laterza, 2009.

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Una Risposta to “È davvero necessario eliminare gli aiuti per lo sviluppo?”

  1. Daniele Martino 11 febbraio 2013 a 18:26 #

    COLPITO E AFFONDATO!

    Non parlate di piano MARSHALL perchè a Monti si raddrizzano i capelli! A meno che il piano Marshall non lo finanzi il FMI imponendo quelle politiche “criminali” (a dir poco) imposte nei paesi del terzo mondo.
    P.S.: in fondo un pò di Fondo Monetario Internazionale ce lo MERITIAMO ANCHE NOI considerato che nel silenzio più assoluto di noi occidentali, salvo rare eccezioni, ha potuto imporre quelle politiche liberiste ai paesi del Terzo Mondo.

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