Sud: Barucci e il circolo vizioso della democrazia degenerata

21 Gen

di Cosimo Perrotta

Piero Barucci - Istituzioni e crescita. Il problema del Mezzogiorno oggi

Piero Barucci – Istituzioni e crescita. Il problema del Mezzogiorno oggi

Da qualche anno Piero Barucci è tornato a riflettere sul Mezzogiorno.[1] Nel suo ultimo saggio, di grande interesse,[2] egli avverte che l’analisi economica, da sola, non basta per capire le cause dello sviluppo o del mancato sviluppo. Infatti le condizioni necessarie per lo sviluppo, di cui si è tanto scritto, sono di fatto “un numero illimitato”, e non sono solo economiche. Esse quindi vanno esaminate, non in astratto, ma nel contesto storico specifico.

Questo approccio mette in evidenza la forza della path-dependence (dipendenza da cause remote) e dei fattori culturali e istituzionali. Innanzitutto, dice Barucci, per la crescita è necessario potenziare il commercio con l’estero. Inoltre lo sviluppo attraverso la sostituzione delle importazioni è fallito (ma direi che in Africa e in America Latina fallì per il boicottaggio dell’Occidente). Infine un intervento pubblico durevole per promuovere lo sviluppo produce effetti perversi, perché genera posizioni di rendita e “una contaminazione perniciosa con la classe politica” (p. 24).

Tutto questo spiega perché le politiche applicate di volta in volta al Sud d’Italia – big-push (un forte slancio iniziale), poli industriali, industrializzazione dell’agricoltura, programmazione regionale, distretti – hanno dato risultati modesti; e perché i tempi dello sviluppo del Sud sono molto più lunghi di quanto si credeva negli anni Settanta. Più forte di quelle politiche è stata l’ “intermediazione impropria”, cioè la rete di rapporti amicali, familistici, clientelari che deforma il mercato, e trasforma i profitti in rendite. Questa deformazione ha creato una vera cultura dell’illegalità, che impedisce il formarsi della mentalità imprenditoriale e della libera concorrenza.[3] E’ un’estensione abnorme delle rendite, come “remunerazione per un ruolo” (p. 38), che si aggiunge ai normali ruoli del mercato. Essa rende anelastica l’offerta e abbassa la produttività.

In questi processi degenerativi il nodo centrale sono le istituzioni; quelle formali, giuridicamente sancite, e quelle informali del costume. Nelle prime spesso si mescolano impropriamente amministrazione e politica. Le seconde spesso contrastano gli eventuali sforzi di modernizzazione fatti dalle prime. Qui l’autore espone con grande efficacia quello che chiamerei il circolo vizioso della democrazia degenerata: se la politica – anziché correggere – aiuta la degenerazione del mercato, se si arriva al voto di scambio come prassi usuale (in cui il cittadino si aspetta favori personali in cambio del proprio giudizio “politico”), che speranza c’è di avere uno sviluppo attraverso l’allargamento della democrazia e della partecipazione? Come si fa a realizzare l’idea di Barucci, che “un uso razionale ed efficiente delle risorse è parte dei doveri democratici di ognuno di noi” (p. 49)?

Questo è il vero nodo oggi, come dimostrano l’esplosione della corruzione politica e il fallimento delle autonomie locali.  In realtà non credo che la capacità di decisione democratica debba espandersi sempre ai livelli più bassi (a scapito degli organi centrali di decisione). Oggi nel Sud c’è bisogno del contrario. Bisogna rafforzare la capacità di decisione degli organi centrali e ridurre quella degli organi locali. Proprio come si dovrebbe fare in Europa; dove, per avere meccanismi di decisione più democratici, bisogna oggi depotenziare alcune prerogative nazionali.

Non c’è bisogno di forzature autoritarie. Basta stabilire regole (le regole che una buona parte dei meridionali si ostina a non rispettare ad ogni livello) che rendano difficili le transazioni opache del mercato degenerato. Ad esempio, obbligando gli enti locali ad uniformarsi ai prezzi più bassi negli acquisti, ai termini di tempo fissati negli adempimenti, alle sanzioni per le inadempienze amministrative, ecc.

Un altro principio da far valere è la responsabilità delle amministrazioni pubbliche. L’attuale irresponsabilità di fatto della P.A. è una cosa poco civile, che nel Sud gioca un ruolo esiziale contro lo sviluppo. Ancor più incivile è la mancanza di ogni controllo di produttività su qualsiasi struttura pubblica (i sindacati di categoria vi si oppongono da sempre con ferocia), e del relativo sistema di incentivi e sanzioni.

Alcuni possono trovare poco democratiche queste richieste. Ebbene, è il contrario. L’indicazione di Barucci mi sembra questa: se lo sviluppo ha bisogno della democrazia, la democrazia – per funzionare – ha bisogno di regole che siano rispettate.


[1] E’ noto il suo Ricostruzione, pianificazione, Mezzogiorno: la politica economica in Italia dal 1943 al 1955, Il Mulino, 1978.

[2] Istituzioni e crescita. Il problema del Mezzogiorno oggi, Ist. Ital. di Studi Filosofici, Napoli, ott. 2011, con prefaz. di Manuela Mosca.

[3] Sulle radici di questa cultura perversa, v. le analisi di C. Perrotta e C. Sunna (cura) L’arretratezza del Mezzogiorno, Bruno Mondadori 2012.

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4 Risposte to “Sud: Barucci e il circolo vizioso della democrazia degenerata”

  1. Nello De Padova 21 gennaio 2013 a 18:32 #

    Propongo una lettura diversa.

    Lo sviluppo tentato con iniezioni di risorse economico-finanziarie spropositate rispetto alla dimensione economico-mercantile presente nella comunità oggetto di quel tentato sviluppo sono destinate a non essere efficacemente utilizzate e generano i meccanismi distorsivi. Questo è stato storicamente vero nel mezzogiorno d’Italia e nei paesi impoveriti (quelli che normalmente chiamiamo paesi sottosviluppati o in via di sviluppo). Ma è riscontrabile anche in comunità diverse; ad esempio in Italia i partiti politici nati e cresciuti troppo in fretta e che hanno però avuto a disposizione una quantità di risorse economico-finanziarie ingenti. O quello che è accaduto all’indomani del potenziamento delle leggi sull’editoria o ancora quello che succede in alcuni settori “drogati” da finanziamenti pubblici finalizzati allo sviluppo degli stessi (ad esempio quello delle infrastrutture infotelematiche).

    Il fatto è che, come giustamente si dice nell’articolo, lo sviluppo è funzione di numerosi fattori e quello economico-mercantile (per distinguerlo dalle altre economie: quella del dono/relazione e quella dell’autoproduzione) è solo uno e tal volta neppure il più importante. Immaginiamo una comunità che pratichi la sussistenza (una tribù africana che noi chiameremmo sottosviluppata) e supponiamo di volerla “aiutare” (ammesso che ne abbia veramente bisogno). Probabilmente la cosa migliore che potremmo fare non è quella di convincerli a produrre oggetti artigianali da vendere a noi in cambio di medicine ma studiare, assieme a loro, miglioramenti dei processi di autoproduzione del cibo, delle abitazioni e dei vestiti, finalizzate a migliorare la loro salute per evitare che abbiano bisogno delle nostre medicine.

    Ma tutto questo non prevede scambi mercantili, non prevede “business”, non prevede crescita dell’economia e quindi è fuori dalla nostra immaginazione.

    • Cosimo Perrotta 22 gennaio 2013 a 12:37 #

      Non sono d’accordo sulla seconda parte dell’intervento di De Padova. Storicamente le economie autosufficienti (di autoconsumo) sono sempre state molto povere. Inoltre, anche se fossero prospere, queste società come tutte le altre – avrebbero sempre bisogno delle medicine moderne. C.P.

  2. baldassarre sangiorgio 22 gennaio 2013 a 07:32 #

    trovo molto pertinenti le osservazioni del prof Barucci e leggerò sicuramente il suo libro. ma mi chiedo chi condividerà nelle istituzioni queste osservazioni e per farne cosa?

  3. Massimiliano Rubes 27 gennaio 2013 a 14:41 #

    E se invece tutto questo fosse voluto? Consideriamo il flusso migratorio ininterrotto dal Sud al Nord (sia Europeo, ma soprattutto Italiano), questo comporta due effetti: il primo è che il nord ha un serbatoio di manodopera a buon mercato permettendo ad un capitalismo di serie b di essere competitivo, il secondo è che in questo modo si ha un progressivo impoverimento sia culturale che di forza lavoro del sud e quindi, tramite le elemosine di stato, un controllo sociale di buona parte del territorio italiano. Insomma si è al contempo competitivi sul mercato europeo e si ha controllo sociale. Inutile dire inoltre che le elemosine di stato, che questo sono, hanno un andamento fortemente distorsivo delle relazioni lavorative dato che abbassano i salari reali sotto i Contratti nazionali di lavoro, non a caso l’Italia non ha un salario minimo fissato per legge, con quel che ne consegue in termini generali di reddito.

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