Qual è lo stato sociale al quale dobbiamo rinunciare

12 Nov

Federico Rampini: “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!

by   MAURIZIA PIERRI

Recentemente Laterza ha pubblicato nella collana “Idòla”, un saggio di Federico Rampini, dal provocatorio titolo: “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale”. FALSO.

Partendo dall’analisi di un luogo comune ormai radicato (quello espresso nel titolo),[1] Rampini svolge una valutazione comparativa tra due sistemi di welfare, quello americano e quello europeo, osservando però che il secondo è stato realizzato in modo diverso nelle differenti aree geografiche. I risultati della sua analisi, se non sovvertono completamente il senso del luogo comune contestato, ne ridimensionano notevolmente la portata.

Secondo l’autore non è il modello dello stato sociale europeo in sé a perdere nel confronto con il sistema di protezione sociale adottato dagli Stati Uniti. Infatti le critiche d’oltreoceano evitano accuratamente di prendere in esame le declinazioni mittel e nord-europee (di Germania, Svizzera, Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia) del welfare. Ad essere tacciato di scarsa sostenibilità e di aver inciso in modo determinante sul deficitario bilancio statale, è l’impianto di garanzie sociali realizzato nell’Europa mediterranea (in Grecia, Spagna, Italia in primo luogo). In altri termini, ad aver mostrato segni inequivocabili di fallimento è il modo in cui il welfare ha operato in quei Paesi, subendo la pressione di una serie di fattori (fuorvianti) di carattere politico, sociale e  culturale.

Il welfare tedesco, ad esempio, resta sostenibile dal punto di vista finanziario, anche nel lungo termine, poiché si fonda su un rapporto di profonda fiducia tra Stato e cittadini. Il primo ricambia quanto versato dai secondi sotto forma di tasse, erogando servizi pubblici di qualità.  Lo stesso accade nelle nazioni del Nord Europa, dove la pressione fiscale è anche maggiore che in Germania. I Paesi sotto il mirino delle istituzioni europee , invece, hanno vissuto per molti anni al di sopra delle loro possibilità:  non perché il sistema di garanzie sociali fosse troppo esuberante o costoso,[2] ma perché non è stato bilanciato da un gettito fiscale adeguato. Le nazioni “sfiduciate dai mercati”, come le definisce Rampini, “sono anche quelle dove l’evasione fiscale e l’economia sommersa sono le più alte”. Il problema dunque, secondo l’autore, è strettamente correlato al deficit di capitale sociale, ossia “del livello di fiducia che abbiamo nei nostri concittadini, nelle nostre istituzioni, è quello che ci porta ad accettare la condivisione dei costi del welfare”. Ed ancora, efficacemente: “Il modello europeo muore laddove è malata la coscienza civile”, dove è costume diffuso l’evasione di massa, la corruzione, il clientelismo, il parassitismo e le frodi sono perpetrate non solo da ceti sociali a rischio delinquenziale ma da categorie apparentemente “rispettabili”. Questo malcostume alimenta ed è alimentato da una burocrazia inefficiente, improduttiva e collusa, certamente non in grado sostenere l’erogazione di un livello neppure dignitoso di servizi pubblici. In questo modo si fomenta l’idea che pubblico=insufficiente, privato=eccellente: nella scuola, nella sanità, nei servizi di trasporto e via di seguito. Allo stesso tempo si corrode il legame di fiducia tra Stato e cittadini (onesti) che ritengono di non veder corrisposto il prezzo dei propri contributi economici e conseguentemente preferirebbero non dover versare oboli nelle mani delle istituzioni pubbliche ma poter scegliere a quale ente rivolgere le proprie richieste di servizi.

E’ dunque il contesto in cui gli strumenti dello stato sociale sono inseriti, ad averne determinato gli effetti perversi sulla finanza pubblica, eventualità questa ben nota a quanti si occupano di diritto comparato. Non di rado accade di osservare fenomeni di “distorsione” dei modelli, o di vero e proprio rigetto degli stessi, quando siano sic et simpliciter “trapiantati” da un ordinamento ad un altro.[3]  Basti ricordare, a mero titolo di esemplificativo, la diversa attuazione della forma di governo presidenziale  nei paesi latino-americani, rispetto al modello “storico” statunitense.[4]

Il luogo comune dal quale siamo partiti deve essere quindi corretto: non possiamo più permetterci questa forma perversa di stato sociale.[5]


[1] Vedi precedente post: “Un nuovo Welfare per lo sviluppo” pubblicato su Sviluppo Felice.

[2] Anche se era evidente sin dagli anni ’80 uno sbilanciamento sul fronte delle pensioni, cfr. OECD, Social Expenditure Statistics of OECD Members, Paris, 1996, p. 110, consultato on-line.

[3] Cfr. Giuseppe De Vergottini, Diritto costituzionale comparato, Padova: Cedam, 1999, pp. 28-29.

[4] Per un approfondimento, v. Luigi Melica, Federalismo e libertà, Padova: Cedam, 2002, pp. 50 ss.

[5] Anche Krugman e Stiligtz ritengono che, a lungo andare, il debito causato dalla spesa sociale incontrollata crei inflazione, e che vada ridotto al più presto (v. Rampini, cit., p. 95). Di Paul Krugman, v. Fuori da questa crisi, adesso!, Garzanti: Milano, 2012.

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2 Risposte to “Qual è lo stato sociale al quale dobbiamo rinunciare”

  1. Aldo Randazzo 15 novembre 2012 a 19:05 #

    Lo stato sociale in Italia soffre del vizio d’origine (anni ’60 e ’70) circa le finalità per le quali è nato. Finalità essenzialmente assistenziali. Questo è valso per la previdenza, per la sanità, per il sostegno alla famiglia e persino per l’istruzione. In una ottica caritatevole s’è ritenuto socialmente giusto che lo Stato venisse incontro alle fasce più deboli della popolazione alleviandone i bisogni.

    Questo approccio, largamente condiviso dal punto di vista della giustizia sociale, è stato tuttavia causa delle degenerazioni richiamate (clientelismo, frodi, corruzione, ecc.). Lo stato sociale, in particolare nel Mezzogiorno, non è maturato quale avanzamento dei diritti ma come concessione di politici di governo generosi. Inoltre, nella sua costruzione, allo stato sociale italiano è mancata una sua efficace integrazione nei processi di sviluppo del Paese. Se oggi esso appare come una palla al piede che drena risorse pubbliche da più efficienti finalità è perché esso non è stato concepito per concorrere alla produttività di sistema.

    Nel Nord Europa, a partire dalla Germania, lo stato sociale accompagna i processi di riconversione produttiva. Angela Merkel, pur rappresentando la destra politica, in questo decennio si è avvalsa dello stato sociale per contrastare e avviare politiche di sviluppo. Ha usato lo stato sociale, non lo ha avversato.

    Da questo punto di vista, nel sostenere la famiglia rispetto alle necessità di cura e crescita dei figli o di assistenza agli anziani, ad esempio, si liberano energie che possono essere valorizzate socialmente ed economicamente. Sarebbero facili altri esempi riguardo la previdenza, l’assistenza, la sanità, l’istruzione, ecc. Va da sé, che affinché lo stato sociale sia fattore di crescita è necessario disporre di politiche con ampio orizzonte, ad iniziare da efficaci politiche fiscali e politiche attive per il lavoro, e di uno Stato in grado di governare lo sviluppo.

  2. BCN pisos 6 dicembre 2012 a 14:33 #

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