“Mind the gap”: l’Italia delle disuguaglianze inaccettabili

8 Nov

             by Valeria Cirillo

L’argomento “disuguaglianze” sembra fuori moda fra gli economisti. In genere si può parlare di disuguaglianze di genere o razziali, ma non di disuguaglianze economiche. Sembra ormai consolidata l’idea di una “disuguaglianza economica strumentale”, per fini nobili, come la crescita. Ma c’è davvero un nesso, empiricamente rilevato, fra crescita e disuguaglianza?        

Simon Kuznets definì la relazione fra PIL pro-capite (indicatore di crescita) e indice di concentrazione di Gini (indicatore di disuguaglianza economica) con la “U” rovesciata:l’aumento di disuguaglianza in uno Stato va di pari passo con l’incremento del PIL pro-capite, sino ad un determinato livello di questo. Dopo tale soglia, la relazione si inverte e ad alti tassi di crescita corrisponderà un indice di Gini assai modesto.[1]

La concentrazione dei redditi nelle mani di pochi è stata considerata positiva nella letteratura mainstream perché foriera di maggior risparmio e, dunque, di investimenti. A cascata, attraverso l’“effetto di sgocciolamento” (trickle-down effect), la crescita avvantaggerà tutti nel lungo periodo. Ma è davvero così?

L’evidenza empirica successiva a Kuznets mostra che “i dati poco supportano l’ipotesi di una relazione ad U rovesciata tra livelli del reddito e disuguaglianza, almeno nei test paese-per-paese, nel 90% dei casi”.[2]

Perciò Maurizio Franzini afferma che è bene parlare di disuguaglianze non in termini strumentali ma di per se stesse.[3] Ed è bene anche esprimere un giudizio di valore, andando oltre il distinguo disuguaglianze alte/basse, come spesso fa la letteratura empirica.

Quando,allora, le disuguaglianze possono essere definite “accettabili”?Per rispondere occorre soffermarsi sui meccanismi di generazione delle disuguaglianze. Tralasciamo la distribuzione funzionale dei redditi, che si riferisce al come essi siano generati (profitti, salari, rendite), e soffermiamoci sulla distribuzione personale degli stessi (quanto si guadagna o si possiede). Un meccanismo che crea disuguaglianza è lo skill premium, che deriva dalle diverse competenze e conoscenze degli individui.[4] Si tratta del premio al capitale umano. Questo tipo di disuguaglianza, afferma Franzini, sarebbe accettabile in un sistema in grado di garantire l’eguaglianza delle opportunità,in un mercato perfetto in grado di determinare correttamente il valore sociale del capitale umano, e dove tutti senza esclusione potessero acquisire le medesime competenze, in virtù dell’ininfluenza delle condizioni di origine.

E’ questo il caso dell’Italia? In realtà il Bel Paese è fra i leader della disuguaglianza nel gruppo Ocse, con un sesto posto ed un coefficiente di Gini, calcolato sui redditi disponibili, pari al 35%. Guardando al rapporto interdecilico,[5] la situazione migliora ma non cambia: l’Italia è al 20° posto su trenta paesi Ocse.[6] Inoltre, la disuguaglianza italiana presenta forti differenze territoriali, con un Sud che contribuisce all’alta disuguaglianza sia in termini di divario fra il suo reddito pro capite e quello del Centro-Nord (between inequality), sia per l’elevata disuguaglianza all’interno della società meridionale (within inequality).

Come abbiamo detto, non è solo questione di alta o bassa disuguaglianza, ma soprattutto di accettabilità o meno della stessa. Un aspetto importante è la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze, che è connessa alla questione della mobilità sociale e dell’eguaglianza delle condizioni di partenza. Ebbene, in Italia è molto forte la tendenza a trasferire le disuguaglianze dai genitori ai figli: l’indice di elasticità intergenerazionale (coefficiente β) indica quanta parte del divario di reddito fra i genitori persiste in media tra i figli. Questa quota in Italia è molto alta: il 51% (Franzini, p. 64). Insomma, l’American Dream sembra funzionare solo per metà degli italiani, per l’altra metà “chi è tuo padre e cosa fa?” è ancora determinante.

In definitiva, senza una redistribuzione dei redditi, eguagliare le condizioni di partenza sembra difficile, anche soltanto rispetto al capitale umano. Ed è proprio quest’alta trasmissione della disuguaglianza da una generazione all’altra che rende la disuguaglianza italiana non solo alta, ma inaccettabile.


[1] Kuznets, “Economic Growth and Income Inequality”, American Economic Rev., Vol. 45, Mar. 1955, pp. 1-28. Il coefficiente di Gini va da 0 (equidistribuzione) a 1 (massima concentrazione: quando la ricchezza è nelle mani di uno solo).

[2] Deininger K., Squire L. (1996), “A New Data Set Measuring Income Inequality”, World Bank Economic Rev., pp. 565-591, in Ardeni P.G., “Distribuzione del reddito e disuguaglianza”, http://search.conduit.com/Results.aspx?q=distribuzione+del+reddito+e+disuguaglianza&Suggest=&stype=Homepage&SelfSearch=1&SearchType=SearchWeb&SearchSource=10&ctid=CT2851640&octid=CT2851640

[3]Franzini, Ricchi e Poveri. L’Italia e le disuguaglianze in(accettabili), Univ. Bocconi, 2010.

[4] Ivi, p. 117.

[5] Il rapporto interdecilico (P90/10) è il rapporto fra il reddito medio del 10% più ricco della popolazione (P90) ed il reddito medio del 10% più povero (P10). È interessante poiché esprime di quante volte il reddito di un individuo “ricco” eccede quello di uno “povero”.

[6]Al primo posto c’è il Messico: Ocse, Growing Unequal, Parigi, 2008, in Franzini (2010), p. 5.

Mind the gap l’Italia delle disuguaglianze inaccettabili VCirillo

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7 Risposte to ““Mind the gap”: l’Italia delle disuguaglianze inaccettabili”

  1. consumietici@gmail.com 8 novembre 2012 a 16:30 #

    bello. se non vi dispiace lo pubblichiamo.

    • Valeria 10 novembre 2012 a 12:20 #

      Certo, ne sono felice. Valeria

  2. Nello De Padova 19 novembre 2012 a 13:33 #

    Gentilissima Valeria,

    l’articolo è molto bello, grazie per averlo scritto e condiviso.

    Ho un quesito: esistono analisi sulla mobilità sociale che non misurino la stessa in termini di reddito/proprietà?

    Pongo questa domanda perchè, a mio avviso, è fuorviante -in una società occidentale, cioè una società sufficientemente evoluta e dove sostanzialmente nessuno muore di fame e nessuno ha un tetto sulla testa- dire che la posizione sociale si misura con quella economica, e la relativa mobilità con l’aumento del reddito/proprietà fra le generazioni.

    Mi spiego: fra un artigiano con la licenza elementare di un piccolo paese di provincia il cui figlio diventi insegnante di scuola media in quello stesso paese (con un aumento modesto -quando non con una riduzione- del reddito rispetto a quello del padre), ed un imprenditore edile dello stesso paese il cui figlio sostituisce il padre nella gestione dell’azienda e ne moltiplica la dimensione (con un consistente aumento del reddito) a me pare che il primo sia un VERO caso di mobilità sociale mentre il secondo non lo è.

    Ovviamente temo che la risposta sarà negativa, ma mi piacerebbe avere comunque un Suo commento.

    Grazie

  3. Roberto 25 novembre 2012 a 21:54 #

    Cara Valeria è possibile leggere la tua risposta al quesito di Nello de Padova?

    • Valeria 26 novembre 2012 a 14:20 #

      Cari, mi spiace per la mia non celere risposta, ma speravo di darne una documentata, che magari sciverò più in là. In ogni caso, negli studi economici/econometrici della disuguaglianza intergenerazionale è presa in considerazione la posizione professionale dell’individuo e non solo il suo reddito, grazie anche alla classificazione ISCO a livello europeo sulle professioni. Per cui questa questione della “mobilità sociale” riesce ad essere intercettata almeno in parte.
      Fra gli autori in Italia che si occupano della materia vi consiglio Maurizio Franzini (Sapienza) e Michele Raitano. Entrambi studiano da anni questi fenomeni ed è probabile che riescano a rispondere in maniera più esaustiva al vostro dubbio.

      • Nello De Padova 26 novembre 2012 a 20:48 #

        Grazie Valeria,

        spero di leggerTi presto ancora su questo argomento.

      • valeria 27 novembre 2012 a 10:52 #

        Certo, grazie. Anche tu, con i tuoi studi “oltre il PIL”. Intanto a livello di indagine statistiche più usate per questo tipo di studi, ti consiglio il database EU-SILC. Cari saluti

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