Perché bisogna controllare i movimenti internazionali di capitale

29 Ott

Ben Bernanke

Il 25 settembre scorso, il Financial Times ha pubblicato questo articolo di Gallagher col titolo “Non ci lasciamo sviare dall’ultima giravolta di Bernanke”. Noi l’abbiamo ripreso dal blog GDAE Announce (Notizie di Global Development And Environment institute, della Thufts University, USA).

Dovremmo applaudire Ben Bernanke, capo della Federal Reserve, perché con la sua decisione di mantenere basso il tasso d’interesse, e di comprare obbligazioni ipotecarie, ha dato coraggiosamente la precedenza all’occupazione anziché alla stabilità dei prezzi. Però i suoi critici (e lui stesso) hanno detto giustamente che la politica monetaria non basta. Per creare vero sviluppo e occupazione negli USA, quei critici affermano (those critics say) che ci vuole più politica fiscale.

Ci vuole anche una regolazione finanziaria più rigida per evitare che le banche non usino la nuova liquidità nella speculazione monetaria o sui prezzi delle merci nei mercati dei paesi emergenti e in via di sviluppo – speculazione che può rovinare il sistema finanziario e le prospettive di crescita di questi paesi. Questo è successo con le precedenti cadute del saggio d’interesse e con le immissioni di liquidità in USA, e può accadere di nuovo.

Gli investitori possono decidere di non seguire Bernanke e di usare il “carry trade” (trasferimento dei capitali) per speculare sulle valute straniere. Il “carry trade” è la strategia di prendere a prestito nei paesi a basso tasso d’interesse e investire nei paesi ad alto tasso. Il “carry” è appunto la differenza fra i due tassi. Si possono fare grandi profitti se si investe molto in queste operazioni.

Agli inizi di quest’anno il Fondo Monetario Internazionale ha mostrato (IMF reported) che i tassi d’interesse bassi in USA e la maggiore crescita dei mercati emergenti facilitavano le ondate di capitale verso questi ultimi. Tali ondate possono provocare l’aumento di valore della valuta e bolle speculative che rendono più care le esportazioni e destabilizzano il sistema finanziario di quei paesi. Secondo questo rapporto, una volta su tre queste ondate si accompagnano a improvvise fuoriuscite dei capitali entrati.

Il rapporto del FMI 2011 World Economic Outlook documenta che l’improvviso arrestarsi dei flussi di capitale può sconvolgere i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo. Un aumento di 5 punti-base nei tassi USA può provocare una fuga di capitali da questi paesi pari a 0,5-1,25% del loro PIL. A breve termine questo non è un problema, dato che Bernanke si è impegnato a mantenere bassi i tassi. Tuttavia anche l’avversione al rischio globale, come il continuo “nervosismo” dell’euro, può causare improvvise inversioni dei flussi di capitale.

Nel 2010-11 molti paesi in via di sviluppo hanno adottato regole anti-cicliche (capital account regulations) come tasse sull’ingresso di capitali o l’obbligo di avere riserve per fare transazioni sui derivati, per ridurre gli effetti negativi della volatilità dei flussi internazionali dei capitali. Alcuni studi (earlier studies) del National Bureau of Economic Research e di altri confermano che la regolazione dell’uscita di capitali può cambiare la composizione degli afflussi, è di aiuto per una politica monetaria più indipendente e alleggerisce le tensioni del tasso di cambio. Nuovi studi del FMI e di altri (IMF and others) mostrano che paesi come Brasile, Taiwan e Corea del Sud hanno avuto in questo modo almeno un moderato successo.

Un nuovo rapporto del FMI, che riprende e formalizza un lavoro che risale a Keynes, spiega che anche i paesi sviluppati possono aver bisogno di controllare l’uscita dei capitali. Il nuovo IMF paper, “Multilateral Aspects of Managing the Capital Account” mostra che, quando il controllo dell’ingresso di capitali è costoso o poco efficace per i paesi che prendono in prestito, o se un controllo appropriato causa troppi “danni collaterali”, paesi come gli USA possono aver bisogno di controllare l’uscita dei capitali.

Forse è una sorpresa sapere che gli USA hanno effettivamente controllato l’uscita di capitali speculativi per quasi 10 anni, dal 1963 al 1973. In questi periodo essi gestivano l’imposta per l’equilibrio dei tassi (Interest Equalisation Tax, IET). Per gli acquisti delle azioni straniere, essa ammontava al 15%. Per la compravendita di titoli, variava dal 2,75 (per i titoli a tre anni) fino al 15% per i titoli a 28 anni e mezzo. Quindi chi acquistava titoli fluttuanti pagava circa 1% in più del tasso d’interesse USA, e ciò diminuiva il differenziale fra i tassi USA e quelli europei.

La progettata normativa Volker renderebbe più difficile, per le banche USA, speculare sui paesi stranieri attraverso il ‘carry trade’ fatto con depositi americani. Tuttavia c’è stato un aumento delle transazioni carry trade fuori del sistema delle banche commerciali. Per di più, gli interessi finanziari hanno portato a inserire regole nei trattati commerciali degli USA (measures in US trade treaties) che dichiarano illegale per i partner la regolazione finanziaria transnazionale.

In autunno il FMI dovrà emettere un nuovo sistema di regole che ribadisce la necessità di regolare i flussi finanziari globali. Il Fondo farebbe bene a includere anche il suo ultimo lavoro, il quale mostra che anche i paesi industrializzati possono aver bisogno di regolare i flussi di capitale. Ciò aiuterebbe tutti i paesi, a qualsiasi livello di sviluppo siano, a raggiungere gli obbiettivi economici stabiliti senza essere trascinati (“carried away”) dalla finanza senza freni.

© Copyright 2012 Financial Times Ltd.

GDAE informa che per questo articolo Gallagher si è servito del suo lavoro Task Force on Regulating Global Capital Flows for Long-Run Development  e del suo rapporto “Navigating Capital Flows in Brazil and Chile.”

Clicca qui per leggere l’articolo originale.

Perché bisogna controllare i movimenti internazionali di capitale di Kevin P. Gallagher

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