L’occupazione femminile favorisce la natalità (e lo sviluppo)

15 Ott

di ROSSELLA BUFANO

Secondo un diffuso stereotipo il calo delle nascite è dovuto al desiderio delle donne di lavorare. Ma per Maurizio Ferrera (Il fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia, Mondadori, 2008), al contrario, più le donne lavorano e più fanno figli. Ciò, almeno nel Nord Europa, dove il tasso di fecondità oscilla tra 2 e 1,8 figli per donna. In Italia, invece, aumenta la disoccupazione femminile e diminuiscono le nascite, con punte più alte nel Mezzogiorno (dove il tasso di fecondità è tra l’1,4 e lo 0,6 figli per donna, contro il 2,7 degli anni ’60).[1] Questo accade nonostante il manifesto desiderio del 60% delle italiane di avere almeno due figli, senza rinunciare a lavorare.

Il child gap, il divario tra figli desiderati e figli avuti, è dovuto a difficoltà economiche e alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Il primo ostacolo si risolve proprio con l’occupazione femminile, che alza il reddito familiare. Il secondo è connesso con la scarsa attenzione – dello Stato e delle aziende in Italia – per il work-life balance (conciliazione vita/lavoro). Soprattutto emergono: 1) l’esclusione dal mondo del lavoro dopo la prima maternità (molte aziende fanno firmare alle donne le dimissioni in bianco, da utilizzare nel caso la donna rimanga incinta); 2) la difficoltà di fare carriera per la donna che ha figli.

In Italia sono scarse o assenti le politiche (aziendali e statali) a favore del tempo flessibile, suggerite dall’Unione europea; dal part-time (anche temporaneo),[2] alle banche del tempo, al telelavoro. Si è legiferato essenzialmente a favore dei congedi di maternità e parentali. Ma la formula italiana è meno vantaggiosa che altrove, sia per il tempo utilizzabile – 5 mesi contro i 18 dei paesi scandinavi – sia per la copertura salariale – 80% dello stipendio contro il 100% in Francia, Germania e Spagna. Ed è, comunque, uno strumento ancora sottoutilizzato.

Al contempo sono inadeguati i servizi offerti alla prima infanzia. Se l’Italia ha da sempre una buona copertura degli asili pubblici dai 3 anni in su (tra i più alti in Europa pari al 90%), è molto carente per la fascia da 0 a 3 anni (15% al Centro- Nord e 2% al Sud). E non ha mai adeguato gli orari degli asili alle esigenze professionali delle donne. Negli altri paesi europei ci sono: asili aperti 24 ore al giorno; pubblici o privati con sostegni statali; una maggiore diffusione di asili aziendali e negli enti pubblici. In Italia l’ammortizzatore sociale che sopperisce a questa inefficienza del welfare è rappresentato dalle nonne (che si occupano a tempo pieno del 20% dei bambini), se le madri lavorano, o dalle stesse madri se non lavorano. In Emilia Romagna – dove si ha il maggior numero di occupate in Italia (62%), il numero dei nidi è cresciuto (i Comuni attrezzati sono l’80%) e ha raggiunto gli obiettivi suggeriti dall’UE; e dove orari e tipologia sono diversificati – il tasso di natalità è aumentato. A differenza di quanto avviene al Sud, dove sono molto bassi entrambi gli indici: occupazione e natalità[3].

Secondo uno studio del 2006 della Fondazione Agnelli e del «Corriere Economia», l’invecchiamento italiano è entrato in una fase di “avvitamento”. Si va verso un calo della popolazione in età da lavoro (senza la quale non è sostenibile alcun welfare) e un calo delle donne in età fertile. L’occupazione precaria sta colpendo in particolare i giovani, le donne e il Sud. Considerato l’innalzamento della soglia di giovinezza a 35 anni, la precarietà sta ostacolando la formazione di nuove famiglie e sta condizionando la fecondità. Senza buone politiche di welfare e a favore dell’occupazione femminile non ci può essere sviluppo, né ripresa economica. È su questo aspetto che occorre concentrarsi. L’effettiva parità di genere, anche nel senso di possibilità di accesso al mercato del lavoro, al credito e ai servizi di cura per le famiglie, costituisce un investimento per la crescita del paese al pari degli investimenti in infrastrutture. È significativo il fatto che, per la prima volta nella sua storia, la Banca d’Italia abbia dedicato un intero capitolo del Rapporto Economico del 2011, al “Ruolo delle donne nell’economia italiana”[4] spiegando che l’incremento della partecipazione femminile al mercato del lavoro favorirebbe l’incremento del PIL e la riduzione della povertà.

Per non rischiare “l’estinzione degli italiani” occorre riflettere con serietà su questi dati.


[1] Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, riportate da Ferrera, nel 2020 saremo il paese più anziano d’Europa: 18 giovani  e 30 anziani ogni 100 italiani.

[2] In Italia la percentuale di donne con lavoro part-time è del 16%, contro il 90% dell’Olanda.

[3] Del Boca D., Rosina A., Figli e lavoro: due regioni, due storie diverse, in http://www.lavoce.info, 19 febbraio 2010.

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3 Risposte to “L’occupazione femminile favorisce la natalità (e lo sviluppo)”

  1. Gianna 13 gennaio 2015 a 17:56 #

    Mah…non sono molto d’accordo. Se mi guardo intorno vedo solo discriminazione per ciò che riguarda la donna. Sicuro che se si tratta di fare pulizie o stirare sono certamente le donne che anche in tempo di crisi si “reinventano” e fanno qualsiasi cosa.
    Date un’occhiata a questo interessante blog di attualità, parla di occupazione femminile, di economia, di diritti dei cittadini e di molto altro.

    https://dirittideicittadini.wordpress.com/page/2/

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  1. Donne e lavoro: una rivoluzione incompiuta | Sviluppo Felice - 27 ottobre 2014

    […] V. R. Bufano, L’occupazione femminile favorisce la natalità (e lo sviluppo), Sviluppo Felice 15/10/ […]

  2. Contro la Gestazione Per Altri (GPA) | A caccia di guai - 5 ottobre 2017

    […] questo, in un Paese in cui precariato e disoccupazione, soprattutto nell’età fertile, hanno causato un crollo verticale della natalità, suona a dir poco beffardo. Se davvero ci preoccupassimo del “diritto ad avere figli”, forse […]

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