Crisi, giovani e lavoro manuale

4 Ott

di GIANLUCA PALMA

Recessione, stagnazione, disoccupazione fanno tutte rima con frustrazione. E’ la frustrazione infatti lo stato d’animo più diffuso fra i giovani. Eppure se venti anni fa in Italia gli under 30 erano oltre 30 milioni, adesso sono poco più che dimezzati. Quindi, visto che la dinamica socio-economia contemporanea non è peggiore di allora, verrebbe facile affermare: meno pretendenti ai posti di lavoro disponibili, più giovani occupati. Invece accade il contrario.

Secondo l’ISTAT (dati luglio 2012) il tasso dei “senza posto” in Italia ha toccato quota 10,5% (dati grezzi), in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Si tratta del livello più elevato dal secondo trimestre del 1999, quando il dato aveva toccato il picco dell’11,2 per cento. Il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 e 24 anni è al 33,9%, dal 27,4% dallo stesso periodo 2011 e sale al 50% per le ragazze. Questo trend è ampiamente al di sopra del dato medio registrato sia per l’area euro (21,6%) che per l’EU a 27 (22,4%)[1].

Secondo il XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, calcolata su 400 mila individui, uno su cinque risultano essere senza lavoro[2]. Una tendenza che si registra finanche fra gli ingegneri. Inoltre i nostri giovani preferiscono percorsi universitari umanistici, trascurando le lauree scientifico-tecnologiche[3].

Di fronte a questa desolante situazione è possibile avanzare diverse spiegazioni. Essa si può alla concorrenza “sleale” delle potenze economiche emergenti o alla delocalizzazione perpetuata dalle nostre aziende al fine di produrre a costi più ridotti e massimizzare i propri profitti. Oppure all’ “egoismo” dei nostri padri che difendono i loro “privilegi” e preferiscono mantenere disoccupati i figli, trasformandoli in “bamboccioni”, piuttosto che aprire il mercato del lavoro alla competizione dei migliori, dei più efficienti e più flessibili.

È possibile affermare che ognuna di queste ipotesi dica qualcosa di reale ma è pur vero che queste spiegazioni tralasciano non poche questioni irrisolte. Uno dei temi che tiene banco nei discorsi dei politici e nell’agenda dei tecnici, è il ripensamento dell’intero sistema formativo che attualmente tende a privilegiare la conoscenza teorica a scapito di un’ampia, profonda e generalizzata conoscenza pratica, quella che Karl Polanyi chiama conoscenza tacita[4].

È legittimo domandarsi se la cura giusta per creare più lavoro per i giovani e, soprattutto per creare più lavori qualificati disponibili per loro, sia continuare a colpevolizzarli, come si è fatto in questi decenni, perchè frequentano scuole e università “astratte”, caratterizzate da piani didattici prettamente teorici. Sarebbe auspicabile invece, fra le tante auspicabili iniziative pubbliche e private, investire in formazione pratica, declinata alle esigenze del mondo produttivo.

Un altro vincolo che pesa sul mercato del lavoro giovanile e sui percorsi formativi del sistema scolastico ed universitario italiani attiene alla scarsa considerazione che spesso si attribuisce al lavoro manuale. Questo tipo di lavoro, infatti, non solo è, in genere, considerato qualcosa che non può rivendicare la propria dignità culturale e le potenzialità formative della conoscenza acquisita sul campo, ma addirittura è visto come qualcosa che non è nemmeno “conoscenza pratica”. Sarebbe soltanto, infatti, segno di una sconfitta personale, destinato ai “falliti della conoscenza” come gli espulsi dalle scuole e dalle università (Bertagna 2011)[5].

In Italia infatti, solo il 5% dei giovani che ha superato i 15 anni dichiara di vedersi occupato, in futuro, in un lavoro manuale. In tutti gli altri paesi Ocse la percentuale è ben superiore. In Svezia, ad esempio, la percentuale supera il 40%. Imparare sul lavoro e attraverso il lavoro anche un lavoro manuale non è affatto ritenuto una diminutio personale, sociale, culturale e civile. Da sempre le generazioni giovanili sono diventate adulte, sperimentando lavori e provando su di essi le proprie attitudini, oltre che la propria intelligenza e il proprio carattere: per esempio, parte delle vacanze estive in un’officina, il tempo libero per collaborare ai servizi sociali per anziani e bisognosi, il curare periodicamente lavori agricoli, l’andare a bottega per alcuni giorni la settimana, lavorando e imparando dal “maestro”.

Come sostengono, fra gli altri, Russel (1995), Bianchi (2008), Corona e Sennet nel suo libro “L’uomo artigiano” (2008) non ci sono idee senza esperienze e viceversa: non ci sono cose, mondo, vita senza idee e teorie[6]. Scienza, tecnica e cultura, non esistono e non possono esistere separate.

D’altra parte vi sono numerosi studi che sostengono che se l’atteggiamento positivo verso il lavoro manuale non si acquisisce ben prima dell’adolescenza è molto improbabile che sbocci e si strutturi dopo. E che se è un disvalore da cui guardarsi prima, non può all’improvviso, da una certa età in poi, diventare un valore centrale sia del proprio progetto di vita sia del dibattito pubblico e civile e delle strategie culturali e formative delle nuove generazioni.

Si tratterebbe perciò, di introdurre al più presto interventi strutturati per agevolare il passaggio dalla scuola al lavoro mediante il rilancio del contratto di apprendistato e dei tirocini formativi, esaltando però la funzione professionalizzante e la dignità lavorativa di tali strumenti. Tutto questo contribuirebbe a diminuire il gap sempre più preoccupante che si registra tra la dimensione teorica della formazione e il mondo del lavoro.


[1] Il 10,5% dei giovani italiani fra i 15 e i 24 anni (6,3% al centro, 6,5% al nord e 16,2% al sud) non studia, non lavora e, aspetto ancora più preoccupante, ha smesso di cercare un lavoro. Se si estende la fascia d’età fino ai 29 anni, la generazione dei Neet (Not in Education, Employment or Training) sale addirittura al 21,2%. Una percentuale che non ha uguali nei 30 paesi dell’Ocse e che è quasi il doppio della media esistente nei 19 paesi dell’UE. Ancora peggio se la fascia d’età corre tra i 15 e i 34 anni. In questo caso, i giovani italiani Neet sarebbero oltre il 32%.

[2] Almalaurea (2012), XIV indagine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione10/, 13/3/2012.

[3] Si potrebbe prendere ad esempio l’interessante caso di Singapore che negli ultimi anni è cresciuto più della nostra nazione perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti (Persico 2012, “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi”, in www.lavoce.info , 13/3/2012).

[4] Polanyi M. (1979), La conoscenza inespressa, Armando Editore, Roma.

[5] Bertagna G. (2011), “I giovani tra formazione e lavoro – Analisi e proposte”, Quaderni di ricerca sull’artigianato, CGIA Mestre, Numero 58 – II quadrimestre 2011, pp. 171-185.

[6] Russell B. (1995), Una filosofia per il nostro tempo, Tea, Milano; Bianchi E. (2008), Il pane di ieri, Einaudi, Torino; Sennett R. (2008), L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano.

Crisi, giovani e lavoro manuale di Gianluca Palma

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4 Risposte to “Crisi, giovani e lavoro manuale”

  1. Francesco Catalano 4 ottobre 2012 a 19:16 #

    Non avendo conoscenze generali sull’argomento, ma avendo qualche idea al riguardo che mi deriva dall’esperienza, mi permetto di esprimere il mio pensiero contestualizzandolo. La mia realtà è quella di un paesino del Meridione, dove non esistono industrie ma solo piccole imprese artigiane. Proprio oggi esce su Repubblica uno studio condotto da un’agenzia europea, che rivela che l’evasione fra gli artigiani è superiore al 60%. Il dato riguarda l’Italia, e non mi stupirei se i tassi relativi al Mezzogiorno fossero di gran lunga più alti. E’ chiaro che se un artigiano evade dichiarando di guadagnare meno di 10.000 euro l’anno, non può allo stesso tempo dichiarare di avere qualcuno alle proprie dipendenze. Non mi risulta dunque poi così difficile spiegarmi come mai molti dei miei coetanei conoscenti che hanno deciso, a suo tempo, di non completare o proseguire gli studi e di lavorare presso qualche artigiano, dopo dieci e più anni sono ancora in nero percependo stipendi da fame e senza nessuna certezza. Ci sono poi i c.d. lavoretti, tipo quelli legati al mondo della ristorazione, che poi lavoretti non sono se la prima cosa che si richiede, nella maggior parte dei casi, è l’esperienza nel campo. Sulla storia dei lavoretti ci hanno costruito su un sottobosco fittissimo di lavoratori illegalmente impiegati (soprattutto giovani, ma non solo), in uno dei settori più redditizi dell’economia italiana, con la scusa che si tratta di impieghi temporanei e secondari, per cui pazienza se vengono svolti in nero (e intanto i proprietari fanno profitti, spesso pure quelli non dichiarati). MI chiedo allora: non sarà che i primi a svilire il lavoro manuale sono proprio coloro che in prima persona ne beneficiano i frutti? Forse è proprio per questi motivi che un giovane intelligente, sveglio e con voglia di apprendere, di fronte all’alternativa tra continuare gli studi per, eventualmente, in futuro, ottenere un buon impiego onesto e pagato dignitosamente, e l’alternativa di anni e anni di fatica mal pagata preferisce la prima opzione. Ed è perciò comprensibile che alla fine a svolgere i lavori manuali (quei lavori manuali, fatti in quel modo e in quelle condizioni) siano gli “espulsi” dal sistema formativo (il che a sua volta peggiora ulteriormente l’immagine pubblica del lavoro manuale). Ricordo di aver letto delle statistiche da qualche parte, che dicevano che (almeno prima che scoppiasse la crisi) la percentuale di iscritti all’università tra i diplomati era più alta nel Mezzogiorno che nel Settentrione. La spiegazione che si dava era che al Nord era possibile, subito finita la scuola, trovare un buon impiego da operaio in qualche fabbrica, secondo tutti i crismi della legge. Non è che al Sud ci si ritenga più intelligenti degli altri: semplicemente, non avendo prospettive positive circa la possibilità di qualche impiego dignitoso (manuale o intellettuale che sia) si continua a studiare (se possibile), nella speranza che quel pezzo di carta dia una possibilità in più di elevarsi dalla massa di sfruttati sottopagati che sta attorno.
    Non si fa altro che ripetere che il problema dell’Italia è la bassa produttività della nostra economia. Ultimamente sembra maturata la consapevolezza che la ragione di questa scarsa produttività, più che in una presunta genetica pigrizia dei lavoratori italiani, sia da rintracciarsi nella scarsa propensione delle nostre imprese ad investire in innovazione. Purtroppo bisogna prendere atto che la maggior parte delle imprese non investe nemmeno in formazione. L’investimento comporta sempre un rischio: l’impresa dovrebbe scommettere sul lavoratore, assicurandogli dei benefits in cambio del suo impegno a crescere professionalmente e a spendere la sua competenza al servizio dell’azienda che ha investito su di lui. Accade forse tutto ciò oggi in Italia ? A me sembra di no. E non mi sembra che questo si possa imputare al rischio che il lavoratore, una volta che l’azienda abbia investito sulla sua formazione, vada a spendere le proprie competenze altrove. Siamo uno dei paesi in cui è più bassa la mobilità lavorativa. In Italia, chi trova un “posto di lavoro” dignitoso non lo lascia per cercare qualcosa di meglio (a meno che non ha già le credenziali per farlo, ossia un livello di preparazione che effettivamente gli permetterebbe di svolgere mansioni sovraordinate). Semplicemente, a me pare, manca la volontà di investire sul lavoro. Si fa finta di non comprendere che il lavoro non è una merce usa e getta come le altre: è una risorsa dinamica. Non solo è rinnovabile, ma nel rinnovarsi migliora la sua resa. Solo quando risorgerà la consapevolezza di questo fatto apparentemente così ovvio eppure evidentemente trascurato, il lavoro (di qualsiasi tipo esso sia) non verrà più visto come una condanna che si è costretti a scontare per sopravvivere nel mondo civilizzato ma come una effettiva, concreta, opportunità di crescita individuale, e con essa, della società nel suo insieme.

    • Barbino 4 agosto 2017 a 22:40 #

      Bella analisi, mi sento di aggiungere che, avendo come modello un capitalismo finanziario globalizzato, abbiamo messo al centro la grande impresa (cosa che in Italia solo in casi poche, seppur eccellenze, ha funzionato) e la finanza e abbiamo schiacciato i piccoli imprenditori con una concorrenza spietata da un lato ed una tassazione complessiva delle imprese che è la più elevata al mondo (60% neanche i mezzadri del medioevo erano trattati così male). Ora ci si fa caso se un piccolo artigiano evade quando probabilmente è l’unica possibilità che ha di sopravvivere e aggiungiamo pure una disonestà diffusa ad aggravare le cose, eppure quando si è deciso a tavolino che i piccoli dovevano morire e i grandi giocare sporco con i capitali finanziari e con prodotti realizzati in economie con costi del lavoro di 1/10 dei nostri, nessuno ha mosso un dito. Ora il debito aumenta, la competitività dei grandi è a rischio pure quella, come pagheremo i costi di una generazione dietro ad una scrivania e nessuno che lavora? Si, certo, da un mero discorso di convenienza conviene studiare, e sfruttare questo perverso sistema ma senza illudersi troppo soprattutto per gli stipendi e la stabilità nel lungo termine, oppure anche andare all’estero come fanno i cervelli più opportunisti. Purtroppo un sistema che affossa la propria parte produttiva invece di sostenerla è destinato in breve tempo al collasso economico e la gente allora accetterà qualsiasi lavoro pur di mantenersi. Sarebbe auspicabile che un popolo e la sua rappresentanza politica facessero qualcosa per cambiare rotta, ma alla fine, a tutti i livelli prevalgono scelte di mero opportunismo personale o di casta. Sono passati più di cinquemila anni ma non impariamo mai dai nostri errori. Adesso tocca all’Occidente cadere: saremo tutti opportunisti, laureati, in mutande, incapaci a far tutto (quindi bisognosi di comprare tutto) e senza un briciolo di senso del dovere per il proprio paese.

  2. Redazione 6 novembre 2012 a 15:20 #

    Ringraziamo la testata Consumi Etici per aver citato il nostro articolo: http://www.consumietici.it/articolo.php?c=Cultura&id=39

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