Finanziarizzazione e declino della politica

1 Ott

di ANGELO SALENTO

Capitalizing on Crisis. The Political Origins of the Rise of Finance by Greta Krippner

Nella letteratura sulla finanziarizzazione dell’economia si rintracciano almeno cinque approcci al tema, per lo più complementari:

1)     nell’approccio più diffuso, finanziarizzazione richiama l’idea di una corsa alla speculazione e di una conseguente bolla finanziaria con esiti altamente critici;

2)     altri studi – in prospettiva marxista e post-keynesiana, ma anche nell’ottica del sistema-mondo – insistono sul legame fra finanziarizzazione e stagnazione, dove la prima consegue alla seconda come strategia di accumulazione idonea a fare fronte, temporaneamente, al calo dei profitti delle attività produttive;

3)     nella letteratura neo-marxista la finanziarizzazione è letta anche come risultato del dominio di una classe capitalista transnazionale[1];

4)     una qualche autonomia metodologica hanno gli studi sulla finanziarizzazione delle imprese, che evidenziano gli effetti della pressione dei mercati finanziari sugli schemi di controllo delle grandi imprese[2];

5)     un quinto filone considera la finanziarizzazione come la diffusione della produzione di profitto attraverso canali finanziari in coincidenza con la de-istituzionalizzazione dei mercati e la depoliticizzazione dell’economia.

Si colloca in quest’ultima prospettiva il volume di Greta Krippner, sociologa storica dell’Università del Michigan, Capitalizing on Crisis. The Political Origins of the Rise of Finance (Oxford U. P., 2011, pp. XV+222): un lavoro che rintraccia le radici della finanziarizzazione (e della crisi) nelle scelte operate dai policymakers statunitensi a partire dalla contrazione della crescita economica della fine degli anni Sessanta.

Greta Krippner

Sono almeno tre gli aspetti interessanti di questo volume. In primo luogo, Krippner propone un costrutto molto ampio di finanziarizzazione: intendendo con ciò il rilievo crescente delle attività finanziarie come fonte di profitti. La ricerca di Krippner prova non soltanto che i settori finanziari dell’economia hanno acquisito importanza rispetto ai settori non finanziari (e in particolare all’industria), ma anche che le attività finanziarie delle imprese non finanziarie sono venute acquisendo un rilievo centrale. È un risultato rilevante, perché che la contabilità delle imprese non offre un confine chiaro fra reddito da attività finanziarie e reddito da attività produttive.

Il secondo motivo d’interesse è l’analisi del ruolo della politica statunitense nella finanziarizzazione dell’economia. Di fronte  ai vincoli posti dalla contrazione della crescita iniziata dalla fine degli anni Sessanta, la scelta della politica statunitense è stata quella di lasciare al mercato il ruolo di arbitro del conflitto distributivo. Lungi dal frenare l’espansione dei consumi, questa delega al mercato ha alimentato un circolo vizioso nel quale si sono riprodotti l’espansione del credito, la volatilità dell’economia, la crescita delle attività finanziarie. Negli anni Settanta, la crisi sociale dovuta alla crescita dell’inflazione fu affrontata attraverso la deregolamentazione dei mercati finanziari, dando la stura all’espansione del credito: piuttosto che porre vincoli – come si suppone nella tradizione liberale – il mercato promosse l’accesso al credito, facendone peraltro aumentare il costo (a causa dell’aumento della domanda) e producendo quindi un ambiente economico nel quale le attività finanziarie sono più redditizie degli investimenti produttivi. Negli anni Ottanta, le scelte di Reagan e della Federal Reserve di Volcker crearono un regime di alti tassi di interesse, che produsse condizioni sfavorevoli agli investimenti produttivi e drenò risorse verso i mercati finanziari. Iniziò così anche la penetrazione di capitali stranieri negli Stati Uniti, che il governo Reagan utilizzò come strumento di finanziamento del deficit statunitense. Negli anni Novanta, la Federal Reserve di Greenspan, anziché ripristinare un controllo sull’espansione del credito, ha optato nuovamente per una delega al mercato, alimentando ancora la svolta finanziaria.

Questa ricostruzione conferma che sarebbe limitativo concepire la finanziarizzazione come il prodotto dell’euforia speculativa dell’ultimo decennio. Si tratta, piuttosto, di un processo di lungo corso, originatosi dalla contrazione della crescita economica alla fine dei “trent’anni gloriosi”: da allora, il mantenimento di condizioni di prosperità artificiose è stato ottenuto attraverso la rinuncia al ruolo regolatore della politica. All’esito di questo percorso, da un lato il processo di finanziarizzazione è giunto a livelli di ingovernabilità (donde la crisi finanziaria del 2007); dall’altro, la politica si ritrova ad aver abdicato a una parte essenziale del proprio ruolo: incapace, cioè, di affrontare le sfide imposte dalla fine di un ciclo espansivo. È proprio l’attenzione per il processo di depoliticizzazione dell’economia il terzo aspetto qualificante del volume di Krippner; e probabilmente il più rilevante per la comprensione delle grandi trasformazioni socio-economiche dell’ultimo trentennio.

 


[1] V., ad es., G. Duménil e D. Lévy, “Costs and Benefits of Neoliberalism: A Class Analysis”, in G. Epstein (ed.), Financialization and the World Economy, E. Elgar 2006, pp. 17-45.

[2] V., ad es., N. Fligstein, The Architecture of Markets, Princeton U. P. 2001 (trad. it.: L’architettura dei mercati, Egea 2004).

Finanziarizzazione e declino della politica di Angelo Salento

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Una Risposta to “Finanziarizzazione e declino della politica”

  1. ida dominici 11 ottobre 2012 a 17:58 #

    molto interessante. A completamento ci vorrebbe un approfondimento sul paese Italia.

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