Un nuovo welfare per lo sviluppo

24 Set

di MAURIZIA PIERRI

L’opinione che il welfare tradizionale sia in via di disfacimento è ormai radicata in ambito economico, giuridico e politico. La critica espressa da Offe[i] alla fine degli anni ’70 è diventata il leitmotiv dei governi di fine XX secolo ed ancor più dell’inizio del XXI, alle prese con una crisi economica e finanziaria che appare ingestibile. Alle istituzioni dello stato sociale è stato rimproverata l’incapacità di rispondere adeguatamente ed efficacemente alle esigenze delle classi sociali deboli. L’apparato burocratico predisposto alla erogazione dei servizi e dell’assistenza si sarebbe  rivelato eccessivamente rigido ed avrebbe creato una falsa (ideologica) comprensione della realtà politica e sociale da parte dei lavoratori. Per altro verso si è lamentata la sua propensione a frenare le logiche virtuose del libero mercato, disincentivando al lavoro. Tutte critiche che però riconoscevano la difficoltà (se non l’impossibilità) di individuare una formula alternativa valida.

La medicina amara che l’Europa a due (o tre) velocità propone, almeno in prima battuta, è quella della spending review, ritenuta il siero più efficace per una depressione da deficit spending. E’ questa la premessa concettuale al progetto di inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. E’ la giustificazione dei  tagli alla spesa sociale.

Ma davvero l’austerità è l’unico strumento per uscire dalla recessione? In un recente articolo sull’Espresso, Luigi Zingales[ii] propone un’altra prospettiva, e indica gli aspetti negativi della “cura del rigore” suggerita dai Paesi del Nord d’Europa a quelli del Sud.

Secondo Zingales alcuni correttivi di metodo e di merito alla spesa pubblica sono inevitabili. E’ opportuna la promozione di una maggiore trasparenza nella erogazione dei fondi, visto che la sua assenza ha alimentato la corruzione e i privilegi, che hanno deviato le risorse destinate al sostegno delle fasce deboli. Anche la riforma del regime pensionistico è utile, poiché  da tempo c’era uno sbilanciamento dei costi derivanti da quella voce del welfare rispetto alle altre. Accanto a questi interventi andrebbe però programmata un’azione contro la disoccupazione, che è insieme effetto collaterale immediato del contenimento della spesa pubblica e causa della riduzione della domanda interna e del PIL.

Zingales propone un intervento sovranazionale, che preveda l’erogazione di un sussidio omogeneo ai disoccupati, finanziato con fondi europei e amministrato dalle autorità europee, per evitare la corruzione politica, favorire la trasparenza, e avvicinare i cittadini all’Europa (che oggi è associata nell’immaginario collettivo al potere delle banche più che ai diritti degli individui).

E’ proprio questo il punto da cui partire nella “rottamazione” del vecchio welfare: i nuovi bisogni delle persone, i nuovi disagi e le nuove povertà, tutti legati ad una struttura sociale che si è trasformata negli ultimi decenni.

Lo stato sociale tradizionale ruotava intorno alla figura del capo famiglia lavoratore, la cui posizione doveva essere salvaguardata, poiché da essa dipendeva la sopravvivenza del nucleo familiare. Quest’ultimo si estendeva fino a comprendere nonni, zii e cugini. Si tratta di una situazione che si è progressivamente trasformata. Sempre maggiore è il numero dei singles, sempre più ristretto è il numero dei componenti della famiglia. Vi è una tendenza alla polarizzazione della occupazione e della disoccupazione, ossia alla “coesistenza di famiglie in cui nessuno lavora oppure tutti lavorano”.[iii]

La tendenza alla polarizzazione coinvolge anche i dispositivi di protezione sociale: accanto a categorie iper-garantite (i dipendenti pubblici) vi sono fasce prive di qualunque tutela (immigrati extracomunitari, lavoratori in nero, inoccupati).

Occorre un nuovo welfare, razionalizzato, per evitare le degenerazioni assistenzialiste e mirato sulle sopravvenute emergenze sociali. La disoccupazione in primo luogo (quindi la proposta di un sussidio gestito a livello europeo sembra valida),  con una attenzione particolare per le donne. La tutela dei nuovi poveri (il cui numero è in aumento esponenziale soprattutto nel Sud) e dei veri inabili, in secondo luogo.

Il rigore dovrebbe essere concentrato sui tagli alle spese inutili (consulenze, in primo luogo), sui controlli (della veridicità delle autodichiarazioni che giustificano la attribuzione di sussidi o benefici) e sulla lotta alla evasione ed elusione fiscale.

Il welfare per lo sviluppo deve ridistribuire le risorse e non umiliare i cittadini, deve rilanciare i consumi e restituire fiducia nel futuro, deve trasformarsi riscoprendo l’originaria spinta universalista e progressista.


[i] Claus Offe, “Alcune contraddizioni del moderno stato assistenziale”, in Critica dello Stato sociale, a c. di Antonio Baldassarre ed Angelo A. Cervati, Laterza, 1982, p. 3 e ss.

[ii] In L’Espresso, n.28, 12 luglio 2012, pp. 44-5

[iii] Come osserva Tito Boeri, Uno stato asociale. Perché è fallito il welfare in Italia,  Laterza, 2000, pp. 27-8.

Un nuovo welfare per lo sviluppo di Maurizia Pierri

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3 Risposte to “Un nuovo welfare per lo sviluppo”

  1. Twentyrex 24 settembre 2012 a 19:16 #

    Credo necessario distinguere tra il concetto di welfare “puro” e quello di welfare “italiano”. Il primo è entrato in crisi per effetto dei fenomeni distorsivi del neo capitalismo che ha lasciato ampio spazio al mondo della finanza senza curarsi di porre alcuna cautela dinanzi a sicure azioni criminali. Le quali si sono puntualmente verificate stravolgendo i mercati e gli stessi sistemi economici nazionali. La globalizzazione, anch’essa figlia del neo capitalismo, ha reso facile e rapida questa opera di distruzione. Nel nostro paese un vero e proprio sistema di welfare non è mai stato concepito. I due grandi partiti che hanno di fatto gestito il popolo italiano, DC e PCI, hanno utilizzato il vecchio sistema del clientelismo nella forma diretta delle assunzioni nel settore pubblico allargato ( Poste, Ferrovie, Enel, Sip, ecc..) ed in quella indiretta della previdenza estesa in maniera del tutto irrazionale. Ne discende che le riflessioni sul da farsi sono completamente diverse. Nel resto del mondo i governi sono impegnati a contrastare la crisi economica e, quindi, sono costretti a sacrificare interventi nel sociale che si erano consolidati e che consentivano livelli di qualità della vita di standard elevato. E qui la ricerca di nuovi strumenti e di riforme sociali di una certa complessità si impone naturalmente ed è gia al centro di serrati dibattiti. Nel nostro paese il problema, come abbiamo visto, è diverso. La presenza del settore pubblico, specie al sud, è determinante ed è divenuta l’unica fonte di redditi che tiene la domanda su livelli tali da consentire la sopravvivenza dell’industria e delle PMI. Ma forse sarebbe più corretto dire l’allungamento dell’agonia. Quando ero in azienda ed avevo modo di frequentare sia il settore pubblico, che privato avevo tratto la conclusione che non era vero che in Italia si lavorasse poco. In realtà si lavorava male. Adesso la situazione si è aggravata perchè si continua a lavorare male e si lavora anche poco, anzi in alcuni settori non si lavora proprio. Eppure sarebbe importante utilizzare queste risorse, ma una classe dirigente del tutto incompetente e culturalmente impreparata non sarà mai in grado di cambiare rotta. La classe politica, poi, che esprime un parlamento che legifera poco e niente e, di regola, male e sostiene governi composti da uomini di modesto profilo morale e professionale continua ancora oggi a difendere privilegi e prebende proprie e delle caste che la sostengono. Ovviamente il problema del naturale ridimensionamento degli strumenti impiegati per il welfare “nostrano” ed i contraccolpi che il fenomeno determina a livello sociale è del tutto ignorato. A parte che, oggettivamente, esso presenta un grado di complessità che supera le possibilità di una razionalizzazione del problema e della ricerca di valide soluzioni che essa possiede. La stessa spending review, a volere essere coerenti, rappresenta la conferma di un crisi di leadership. Un uomo di governo è naturalmente impegnato a dare e fare rispettare regole di comportamento e di gestione della cosa pubblica. Egli gode di un apparato che costa ai contribuenti e che deve essere in grado di fornirgli tutti i dati necessari perchè egli intervenga con efficacia e tempestività. Ed assumere consulenti a quel livello equivale ad affermare che l’apparato di vertice dello stato non funziona. Eppure certi fenomeni di spreco e di elargizioni inconsulte sono sotto gli occhi di tutti e non sono necessarie leggi, ma semplici provvedimenti amministrativi. Le auto blu possono essere benissimo ridotte e quelle che restano essere vendute. Gli emolumenti spropositati di alcuni dirigenti possono essere ricondotti a cifre accettabili senza dovere aspettare il Parlamento. Per altro questo fenomeno che si è ormai esteso anche al settore privato sta creando quello detto della “manomorta” che indicava i grandi patrimoni del clero che erano sottratti alla libera circolazione nel mercato e creavano seri problemi all’economia dell’epoca. L’allora governo della prima Italia provvide a mettere fine a questa situazione di privilegio. Vedo che mi sono lasciato prendere la mano, ma il tema è stimolante e per il futuro di questo paese assolutamente determinante perchè la ripresa parte proprio dalla trasformazione di questo presunto welfare in una politica di vera crescita.

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