Il debito ecologico

20 Set

di GIANFRANCO GATTI

È ormai evidente che ci troviamo davanti ad una crisi ecologica di portata mondiale. In pochi decenni l’uomo, col suo sviluppo, ha compromesso il suo rapporto con la Terra modificandone completamente gli equilibri biosferici, tanto da trasformare la Terra in un nuovo nemico. La cosa che sorprende è che, nonostante gli scenari della catastrofe, si continua a vivere come se in futuro non potesse accadere nulla di grave, si segue il dogma della crescita fondato sulla cancellazione dello spazio fisico e del mondo vivente[1].

Il concetto di debito ecologico si riferisce alla disparità tra Paesi nel contribuire alla crisi ecologica. L’attuale impronta ecologica di un abitante medio nord americano (oltre 5 ettari) è 3 volte superiore alla fetta di terra che gli spetterebbe. In generale il debito ecologico può essere definito il debito storico ed attuale accumulato dai paesi industrializzati del nord verso i paesi del sud, a causa della depredazione delle loro risorse naturali, dello sfruttamento delle sue popolazioni, dell’inquinamento e della distruzione del loro patrimonio naturale e culturale e delle fonti di sostentamento. Le forme principali di debito ecologico sono quattro: il debito di carbonio, i passivi ambientali, l’esportazione di rifiuti tossici originati nei paesi industrializzati e rilasciati nei paesi poveri e la biopirateria. Il debito di carbonio è un debito contratto dai paesi industrializzati attraverso le massicce emissioni di gas a effetto serra, che generano un aumento della temperatura media del pianeta[2].

Il passivo ambientale è l’insieme dei danni ambientali reversibili e irreversibili provocati dalla delocalizzazione nei paesi del sud delle imprese a forte impatto ambientale, per approfittare di una legislazione meno severa; dalla sistematica distruzione degli habitat; dalle biotecnologie, dall’agricoltura intensiva e dall’estrazione e privatizzazione delle risorse naturali.

Passiamo ora all’esportazione nei paesi poveri di rifiuti tossici originati nei paesi industrializzati. Da decenni l’occidente guadagna sull’enorme differenza di spesa che passa tra lo smaltimento dei rifiuti secondo le norme dei paesi sviluppati e lo scarico selvaggio in stati poverissimi o in guerra. La biopirateria è la quarta forma di debito ecologico. Essa si riferisce all’appropriazione delle risorse e dei saperi del sud del mondo da parte delle multinazionali del nord, tramite i nuovi accordi del commercio internazionale definiti dal WTO nel 1994. I grandi istituti di ricerca, come previsto dagli accordi TRIPs, brevettano i codici genetici delle varietà «scoperte» nei paesi del sud, e impongono il pagamento di una tassa ai coltivatori che da secoli ne fanno uso. Così si nega il sapere e la creatività dei sistemi di conoscenza indigeni. Per dare qualche numero, il 90% della diversità biologica si trova nell’emisfero sud, mentre il 97% dei brevetti è già in possesso di aziende del mondo industrializzato[3].

Inoltre il debito estero dei paesi poveri aumenta il debito ecologico dei paesi ricchi: esso costringe i primi a sovrasfruttare le loro risorse per pagare le somme dovute all’occidente, accettando condizioni di scambio notevolmente ingiuste. La diminuzione dei prezzi delle materie prime imposta dalle multinazionali contribuisce ad amplificare ulteriormente questa relazione perversa fra debito estero e debito ecologico: più povero sei, più sarai costretto a sfruttare le tue risorse naturali per diminuire il debito.

Il concetto del debito ecologico può aiutare i paesi del nord a realizzare una regolamentazione della questione ecologica; e mette in dubbio la legittimità di esigere il pagamento del debito da parte dei paesi del sud. Esso può anche aiutare a combattere la povertà nei paesi del sud diminuendo l’impatto del neoliberalismo nel mondo, permettendo ai popoli di difendere la propria sovranità alimentare ed energetica, la propria identità culturale, l’acqua, le sementi, le conoscenze tradizionali, ecc. L’applicazione degli accordi di libero scambio provoca un aumento del debito ecologico poiché implica uno sfruttamento massimo delle risorse naturali da parte delle multinazionali, soprattutto petrolio, minerali, acqua, biodiversità[4]. Il debito ecologico è talmente grande che i paesi del nord non potranno mai rimborsarlo. Si possono però attuare politiche per non farlo aumentare e per ridurlo. Esso è legato allo stile di vita dei paesi ricchi. È necessario ridurre l’impronta ecologica dei paesi ricchi. Per fare ciò è sempre più necessario passare da una società della crescita indiscriminata ad una società della sobrietà.


[1] Bevilacqua, Piero, La miseria dello sviluppo, Laterza, 2008.

[2] Ortega Cerdà, Miguel e Russi Daniela, Debito ecologico. Chi deve a chi?, EMI, Bologna, 2003.

[3] Nota, Alessandro, “Brevettabilità del vivente e biopirateria. É partita la corsa per il controllo dei geni” Diritti di proprietà e diritto allo sviluppo, 4:2007.

[4] Ortega e Russi, op. cit.

Il debito ecologico di Gianfranco Gatti

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Una Risposta to “Il debito ecologico”

  1. jhonnyhoney 20 settembre 2012 a 19:55 #

    Reblogged this on jhonnyhoney.

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