Che cosa sono i figli? Il dibattito sul welfare italiano

3 Set

di CLAUDIA SUNNA

È da qualche anno che si svolge un dibattito in Italia, di recente riaffacciatosi durante il festival dell’Economia di Trento[1], sulla “natura” economica dei figli e sulla conseguente valutazione delle decisioni familiari all’interno del sistema di welfare italiano.

Da un lato c’è l’economista Andrea Ichino che, senza mezzi termini, sostiene che i figli sono un bene privato. Da questo deriva che “lo Stato non può pensare a tutto. Se la conciliazione lavoro-casa è un problema, si facciano meno figli”[2]. L’autorevole modello teorico di riferimento di questa posizione è quello del premio Nobel Gary Becker. Nel modello di Becker gli individui all’interno del gruppo familiare sono agenti che cercano di massimizzare la propria funzione di utilità e che quindi decidono di mettere al mondo dei figli solo se il beneficio ottenuto è maggiore dei costi sostenuti. In definitiva, il sistema di welfare non dovrebbe essere responsabile delle scelte riproduttive individuali. L’orientamento opposto a quello di Ichino è rappresentato da un demografo, Alessandro Rosina e da una economista, Daniela Del Boca. Per i due studiosi i figli sono “beni pubblici” e come tali dovrebbero essere considerati dalle politiche sociali. Rosina, in particolare sostiene che la spesa sociale per i figli non dovrebbe essere contabilizzata dallo Stato come un costo ma come un investimento. Questo rimanda al fatto che in Italia, da ormai tanti anni, il tasso di natalità è molto basso (1,3 figli per donna) e che negli anni futuri ci si aspetta uno scompenso nella composizione per età della popolazione. Una popolazione che invecchia comporta un aumento della spesa pensionistica e sanitaria e, più in generale, la necessità di una ridefinizione di un modello di welfare che già oggi è tutto sbilanciato verso il pagamento delle pensioni. In questo caso il modello di riferimento per i figli come “beni pubblici”, oltre che essere sostenuto da una vasta letteratura empirica e teorica, rimanda soprattutto alle esperienze dei paesi del Nord Europa e della Francia che hanno messo in cima agli interventi di welfare il sostegno delle famiglie con minori a carico e che sono per questo caratterizzati da tassi di natalità molto più alti rispetto ai paesi mediterranei. Svezia e Norvegia hanno una fertilità di 1,9 figli per donna, Danimarca, 1,8, Francia 1,9; Spagna e Portogallo 1,3.

L’essenza di questo dibattito ruota in definitiva attorno alla domanda iniziale: che cosa sono i figli? È evidente che, volendo mantenere una terminologia economica, i figli sono allo stesso tempo dei “beni” privati e pubblici a seconda della prospettiva adottata: microeconomica nel primo caso e macroeconomica nel secondo. Ma è altrettanto evidente che i figli non sono e non possono essere considerati un bene economico, paragonabile ad un qualsiasi altro bene o servizio. La decisione di una coppia di programmare la nascita dei figli, oltre che essere influenzata dal reddito, rimanda ad un universo di motivazioni molto più grande di quello strettamente economico. Solo per citare qualche esempio, questa decisione è orientata da modelli culturali o religiosi, dal desiderio di continuità rispetto alle generazioni future, dalla proiezione di aspettative e speranze di realizzazione professionale. Allo stesso tempo però non è indifferente per un contesto nazionale il fatto che la maggioranza dei suoi componenti in età riproduttiva decida di non fare figli. Le decisioni individuali e di coppia hanno un impatto significativo sul contesto macroeconomico ed è per questo che lo Stato, soprattutto nel caso italiano, dovrebbe guardare alle due o tre generazioni future per cercare di invertire questa preoccupante denatalità e per rendere possibile tutte quelle decisioni riproduttive che sono ostacolate dall’incertezza lavorativa e dalla scarsa disponibilità di servizi di cura per le famiglie. Il modello di welfare italiano è in definitiva perfettamente coerente con l’impostazione di Ichino dato che i figli sono un evento che ricade totalmente nella sfera privata e, con maggiore intensità negli ultimi anni, coinvolge il gruppo familiare di riferimento. I servizi di cura nei primi anni di vita sono una “questione” strettamente familiare che coinvolge la coppia e, in assenza di servizi disponibili sul territorio o di un reddito sufficiente per i servizi privati, la rete familiare informale. Lo Stato di fatto sta delegando le famiglie alla gestione dei servizi di cura nei primi anni dell’infanzia ma questo sistema tradizionale si è inceppato, non funziona più ed effettivamente, come auspicato da Ichino, non si fanno più figli.

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2 Risposte to “Che cosa sono i figli? Il dibattito sul welfare italiano”

  1. Redazione 8 ottobre 2012 a 10:30 #

    Articolo pubblicao anche su Fondazione Franceschi: http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/che-cosa-sono-i-figli-il-dibattito-sul-welfare-italiano

  2. lucia laterza 12 ottobre 2012 a 09:54 #

    trovo che una visione puramente economicista del fenomeno denatalità non colga il vero significato del problema e quello conseguente del sistema di welfare.
    A mio modesto parere è la perdita di senso generale e la rottura del patto di fiducia tra cittadini e Stato in tutte le sue articolazioni che genera la perdita di motivazione profonda nel fare figli. E’ dunque da una visione filosofica e psicologica oltre che sociologica che occorrerebbe ripartire per comprendere appieno l’entità del fenomeno e riparlare poi di una forma di sviluppo della società.

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