Vicissitudini del deficit spending

2 Set
Paul Krugman: End this depression now!

Paul Krugman: End this depression now!

di COSIMO PERROTTA

Il premio Nobel dell’economia Paul Krugman, nel suo ultimo libro, End this depression now!,[1] ripropone la tesi che l’attuale depressione è simile a quella degli anni Trenta;[2] è quindi una crisi “keynesiana”, dovuta a mancanza di domanda. Nell’Introduzione, egli premette: non mi chiedo (come fanno gli altri) perché siamo a questo punto, ma piuttosto: che cosa facciamo adesso? E ricorda l’icastica affermazione di Keynes: “The boom, not the slump, is the time for austerity” (l’austerità va bene durante la crescita, non durante la crisi).

La Grecia e l’Irlanda, scrive Krugman, seguendo le politiche restrittive imposte dall’UE, hanno aggravato il debito pubblico, invece di sanarlo. L’austerità ha diminuito la produzione di ricchezza, abbassando il PIL. A causa del PIL ridotto, il debito cresce percentualmente, anche quando diminuisce in termini assoluti. Dalla crisi si esce solo con un forte aumento della spesa pubblica. L’obbiettivo prioritario infatti è ridurre la disoccupazione.[3] Questa è la classica ricetta keynesiana: il deficit spending; cioè la spesa pubblica, fatta anche in deficit, per accrescere la domanda. Il governo, spiega Krugman, deve spendere di più, non di meno, “finché  il settore privato non è pronto a trascinare di nuovo l’economia”.[4] Ma questa ricetta, secondo lo stesso Keynes, vale solo per il breve periodo.

Invece le cause profonde della crisi riguardano il lungo periodo, e sono diverse da quelle della crisi degli anni Trenta. Sia i keynesiani che i liberisti trascurano la differenza fra le due crisi. Per questo sono prigionieri della stessa contrapposizione di allora. I liberisti credono che un aumento della concorrenza basti a stimolare gli investimenti e l’occupazione. Ma senza domanda sufficiente non ci sono investimenti. I keynesiani sanno che è necessario aumentare la domanda, ma trascurano il fatto che proprio l’aumento della domanda improduttiva ha generato la crisi attuale.

Dopo la guerra la formula del deficit spending si coniugò – con grande successo – con le istanze sociali di una più equa ripartizione della ricchezza. Così, la sua applicazione fu estesa al lungo periodo. Il Welfare consentì la vera uscita dalla crisi che era iniziata negli anni Trenta. Esso aumentò la domanda attraverso l’aumento dei consumi dei ceti popolari; mentre la scolarizzazione, le case popolari, la sanità per tutti accrebbero enormemente la produttività del lavoro.

Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, dopo un quarto di secolo di crescita quasi ininterrotta, la domanda tradizionale iniziò a saturarsi. Questa è la causa profonda della nostra crisi. I liberisti affermarono subito che essa era dovuta al deficit spending. Dagli anni Ottanta in poi essi ripetono che basta tagliare le spese del Welfare per riattivare la concorrenza e risolvere la crisi. E con questa logica – ha ragione Krugman – hanno già rovinato Irlanda e Grecia, e stanno per rovinare Spagna e Italia.

È vero che anche l’attuale saturazione dei mercati si presenta come scarsità della domanda, come negli anni Trenta. Ma allora la domanda era scarsa perché il potere d’acquisto dei lavoratori era insufficiente. Il deficit spending servì ad accrescerlo. Negli anni Ottanta invece la domanda è calata perché i bisogni tradizionali erano ormai soddisfatti. Si è creato quindi un eccesso negli investimenti dei beni tradizionali (non una carenza, come negli anni Trenta).

In questa nuova situazione, il potere d’acquisto che non si dirigeva più ai consumi tradizionali, doveva essere dirottato verso il consumo di nuovi beni, che potessero soddisfare nuovi bisogni. Erano necessari investimenti in nuovi settori. Ma questa via era difficile. Richiedeva una grande spinta innovativa; proprio quando tutti – imprese, sindacati, pubblica amministrazione, politici – si erano abituati alle erogazioni dello stato a sostegno della domanda, e difendevano questi sussidi. Toccava quindi allo stato programmare e cofinanziare l’apertura di nuovi settori (che possono rilanciare davvero la concorrenza).  Ma ciò fa orrore ai liberisti, i quali non distinguono tra interventi pubblici a sostegno della domanda e interventi per investimenti produttivi. Essi continuano a chiedere, semplicisticamente, “meno stato”.

Tutto ciò portò a scegliere un’altra via: si continuò a produrre i soliti beni, forzando la domanda in mille modi (dalla pubblicità, sempre più martellante, alla moda, sempre più incalzante; dalla rottamazione forzata all’uso di materiali più deteriorabili). Ma ovviamente ciò non risolve la situazione. Perciò i capitali in eccesso cercano all’estero un impiego produttivo; oppure vanno verso la speculazione e le rendite improduttive. Il risultato è la disoccupazione dilagante e il debito pubblico incontrollabile.


[1] Pubblicato nel 2012 da Norton & Co., New York-London (c’è anche una traduz. italiana da Garzanti).

[2] V. cap. 2.

[3] V. cap. 13.

[4] A p. 2.

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4 Risposte to “Vicissitudini del deficit spending”

  1. Francesco Catalano 13 settembre 2012 a 13:04 #

    Da semplice “lettore” della materia, l’impressione che ho è che molta parte dei problemi dell’economia italiana sono dovuti alla bassa produttività in termini di ricchezza effettiva, considerando cioè non la quantità di beni prodotti dall’unità di lavoro nell’unità di tempo ma la quantità di profitti prodotti dall’unità di lavoro nell’unità di tempo, il che permette di inserire nel calcolo della produttività la variabile “domanda”, che spesso invece viene trascurata. Sempre da semplice “lettore” (ma anche da osservatore della realtà che mi circonda) ho l’impressione che questa bassa produttività sia da imputare alla scarsissima innovazione tecnologica e tipologica delle nostre imprese negli ultimi decenni. Ciò è frutto di situazioni strutturali (la dimensione piccola o piccolissima di molte delle aziende italiane) ma anche culturali (la predilezioni, specie in certe parti del Paese, per l’investimento in rendita anziché in produzione) e politiche (un’idea alquanto distorta dell’intervento pubblico a sostegno dello sviluppo), ben consapevole che ovviamente i tre fattori si influenzano a vicenda. Credo che il problema sia che l’industria italiana, in linea di massima, produce beni “vecchi” con tecnologie “vecchie”; beni che quando vanno sul mercato non trovano acquirenti per il semplice fatto che ce ne sono di altri che, allo stesso prezzo, offrono una maggiore qualità. Per qualche anno ci ha salvati il Know-how della manodopera e forse persino, semplicemente, l’immagine del “Made in Italy” e la fedeltà al marchio. Ma questo non può durare. Il know-how alla fine si può trasferire, e se tu non lo hai incrementato e sviluppato in casa (ma anzi lo hai mortificato tagliando stipendi e salari), da qualche altra parte nel mondo te lo fregano e ti superano. La fedeltà poi, già così precaria nei rapporti umani affettivi, lo è a maggior ragione nei rapporti umani strumentali come quelli del mercato. Se mi accorgo che esiste qualcuno che fa un prodotto buono come il tuo o addirittura migliore e allo stesso prezzo, la prima e la seconda volta continuerò magari ad acquistarlo da te, perché vale anche nel mercato la regola del “sai quello che perdi ma non sai quello che trovi”, ma col tempo, man mano che acquisisco maggiori informazioni e la mia incertezza si riduce, ti abbandonerò e passerò oltre. Molte imprese, di fronte agli stimoli del mercato che premevano per innovare, hanno preferito tagliare sul costo del lavoro, perché era più facile e, nel breve periodo, più conveniente all’imprenditore, che così poteva continuare a investire in rendita e consumi improduttivi “privati” i profitti dell’azienda. Ciò ha generato un circolo vizioso, in cui gli scarsi investimenti iniziali hanno portato ad una riduzione del costo del lavoro e dunque della domanda, che ha portato alla riduzione dei profitti e dunque della stessa “capacità potenziale” di investimento delle aziende (sempre qualora avessero voluto investire). Non potendo tagliare ulteriormente il costo del lavoro (perché sarebbe significato svuotare di senso il concetto stesso di lavoro) hanno cominciato a delocalizzare, mentre i costi sociali di anni e anni di “appropriazione indebita dei profitti aziendali” da parte dei proprietari li abbiamo pagati tutti noi con tagli, aumenti delle tasse, disoccupazione. Il vero problema è l’uso “privatistico” dell’azienda: la totale assenza di un ruolo autonomo dell’azienda rispetto agli interessi privati dell’imprenditore. L’azienda è stata trattata come una estensione della famiglia del proprietario, per di più un’estensione puramente strumentale, ed è stata perciò gestita come tale. Quello che voglio dire è che se anche lo Stato si impegnasse a promuovere settori innovativi con investimenti e quant’altro, alla fine è l’attitudine imprenditoriale che conta: è l’imprenditore che, con le sue scelte nelle condizioni date, fa la differenza. Non so dire se ciò esaurisca tutti i problemi. Ma ritengo che una buona parte di essi siano imputabili all’arretratezza della nostra classe dirigente tutta, imprenditori compresi.

  2. Aldo Randazzo 20 settembre 2012 a 17:16 #

    Da più di un decennio le crisi economiche hanno un carattere globale e una matrice principalmente finanziaria. E’ stato così nel 2001 con la bolla speculativa della new economy. Lo stesso scenario, in forma aggravata, s’è ripetuto nel 2007 con la bolla immobiliare e i relativi derivati. In tutti e due i casi la crisi innescata negli USA si è estesa al resto del mondo. Va da sé che la crisi finanziaria determina una carenza di liquidità, caduta degli investimenti, meno occupazione e meno domanda. Se gli organismi economici internazionali e il Governo USA non pongono regole vincolanti nella gestione dei mercati e nella creazione dei prodotti finanziari (sempre più fantasiosi) l’economia mondiale andrà avanti su percorsi minati e imprevedibili.

    Il deficit spending deve oggi fare i conti con l’alto indebitamento degli Stati. Fino al default dell’Argentina il fallimento di uno Stato ad economia avanzata era considerato improbabile (se non impossibile). Oggi altri Paesi corrono analogo rischio. Il deficit spending è considerato una valida leva in funzione anticiclica. Tuttavia, se il debito è già alto esso concorre al suo accrescimento. Per evitare il circolo vizioso che porta al default è necessario coniugare sul medio/lungo periodo la spesa pubblica con un incremento della produttività del sistema economico. Per lasciare invariati i livelli occupazionali, o meglio per accrescerli, ciò comporta l’incremento tendenziale del PIL. Tale incremento può essere frutto di maggiori volumi e/o più alto valore aggiunto dei beni prodotti. In ogni caso è necessario rilanciare gli investimenti. In assenza di risorse pubbliche, chi investe nel momento in cui i privati preferiscono delocalizzare nei paesi low cost? Il problema sembra non avere soluzione. Un tempo le svalutazioni competitive aiutavano ad uscire dal dilemma. Con l’introduzione dell’euro questa via è preclusa. La soluzione non può essere che politica.

    Credo siano pertanto necessarie politiche redistributive efficaci a favore dei redditi più bassi. Ciò sarebbe di stimolo per i consumi e quindi la domanda. Non risolverebbero tuttavia quanto il Prof. Perrotta pone e su cui mi trovo d’accordo. Stimolare la domanda purché sia non basta. Ciò anzi aprirebbe la via all’anarchia del mercato e nuove crisi. La storia insegna!

    La domanda va quindi orientata verso i beni collettivi. Ciò è richiesto, per un verso, dalla necessità di un uso più razionale delle (limitate) risorse disponibili. Per l’altro, dai più pressanti bisogni emergenti che riguardano la famiglia, l’istruzione, la sicurezza sociale, il tempo libero, ecc.

    In ogni caso, le scelte politiche di governo devono interagire con i soggetti economici e sociali (grandi imprese, banche, organizzazioni di categoria, ecc). Orientare il mercato non è un’interferenza della politica. Questa è la funzione principale della politica. Con ciò non richiamo forme dirigistiche di intervento che si sono dimostrate nefaste. Guardo invece a forme concertative e frutto di incontro democratico con la finalità di coniugare interessi talvolta anche contrapposti.

    A tal punto la questione delle risorse finanziarie, pur rimanendo pressanti, non appaiono esclusive. Sono importanti anche le riforme che non costano nulla ma funzionali allo sviluppo. Sono importanti le norme volte a regolare le relazioni economiche e la qualità di gestione. E’ importante la funzionalità delle Istituzioni regionali e locali, della burocrazia, ecc. In ultimo, non per importanza, è necessario ridare moralità alla vita pubblica.

    • cosimoperrotta 20 settembre 2012 a 18:49 #

      Sono completamente d’accordo con Aldo Randazzo. L’intervento dello stato per rilanciare lo sviluppo necessario, come sempre stato all’inizio dei grandi processi di sviluppo. Ma ciò non significa imprese statali. Ad es. un grande piano per il rilancio del turismo, garantito dallo stato, potrebbe facilmente piazzare dei bond comprati dal risparmio privato e pagati dalle entrate turistiche in aumento. Progetti simili, oltre a creare occupazione e domanda, sposterebbero una parte dei capitali dal settore finanziario parassitario all’investimento produttivo.

  3. Massimiliano Rubes 27 gennaio 2013 a 15:01 #

    Credo che il problema vero sia determinato dalla remunerazione reale (al netto dell’inflazione) del debito, se il debito fosse remunerato a zero o negativamente il risparmio non si dirigerebbe verso la rendita, ma verso gli investimenti, cioè verso i settori a più alta produttività. Invece è da trent’anni (da quando la BdI non è più sotto controllo statale) che si spostano risorse verso la rendita evitando in ogni modo gli investimenti (non consideriamo i primi anni dell’epoca Euro, dove bisognerebbe guardare ai parametri tedeschi e non a quelli italiani).
    L’altro punto è che sempre per i problemi dovuti al contenimento del debito pubblico lo stato è venuto meno alle sue prerogative sia in materia di politica industriale che di gestione del territorio. Abbiamo cioè risparmiato a breve per indebitarci maggiormente sul lungo periodo.

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